Mentre l’Europa boccheggia sotto l’ennesima ondata di caldo e i telegiornali ripetono il solito mantra – restate all’ombra, evitate le ore centrali, spalmatevi di protezione – un libro appena uscito negli Stati Uniti prova a scardinare decenni di certezze mediche. Si intitola In Defense of Sunlight: The Surprising Science of Sun Exposure (Scribner, 288 pagine), lo firma il giornalista scientifico Rowan Jacobsen, ed è diventato uno dei casi editoriali dell’estate dopo che David Robson lo ha recensito su New Scientist.
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Un secolo di eliotracoterapia dimenticata
Il punto di partenza del libro è storico, quasi archeologico. Circa cento anni fa i medici non solo tolleravano l’esposizione al sole: la prescrivevano attivamente. I chirurghi della Prima guerra mondiale osservarono che le ferite dei soldati guarivano più in fretta se lasciate scoperte alla luce solare; i pazienti artritici riferivano meno dolore; chi soffriva di bronchite o infezioni polmonari vedeva attenuarsi la tosse; nei pazienti ipertesi la pressione sanguigna si abbassava. La rivista Lancet arrivò a definire il sole “uno dei maggiori aiuti della natura per mantenere e acquisire una buona salute”, chiedendo la costruzione di più spazi pubblici dove potersi spogliare e prendere luce. Era l’epoca dell’eliotracoterapia, poi progressivamente abbandonata con l’arrivo degli antibiotici e, soprattutto, con la scoperta del legame tra raggi UV e melanoma.
La tesi di Jacobsen: la “politica zero sole” è un errore
Jacobsen — autore già noto per libri su cibo e natura, ispirato esplicitamente al modello di Michael Pollan (In Defense of Food) — sostiene che la sanità pubblica occidentale abbia sposato negli ultimi decenni quella che definisce una “zero-sun policy”: evitare il sole il più possibile, sempre e comunque. Una linea che, scrive, avrebbe prodotto più danni che benefici. Cita in proposito uno studio firmato da quindici scienziati, intitolato “Insufficient Sun Exposure Has Become a Real Public Health Problem”, secondo cui la carenza di sole causerebbe circa 820.000 morti l’anno tra Europa e Stati Uniti.
Il libro attraversa ricerche — condotte controllando variabili come età, dieta, attività fisica, fumo e livello socioeconomico — che collegano la scarsa esposizione solare a un ventaglio piuttosto ampio di problemi: infarto, ictus, diabete, depressione, miopia, alcuni tumori e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla.
I meccanismi biologici chiamati in causa
La parte più interessante, dal punto di vista scientifico, riguarda il “come”. Quando la pelle è esposta alla luce solare produce una molecola chiamata proopiomelanocortina (POMC), precursore di sostanze fondamentali come melanina, cortisolo — che, spiega il libro, non è affatto l’ormone “cattivo” della vulgata comune ma un regolatore utile a gestire lo stress — ed endorfine.
I raggi UV innescano inoltre due processi distinti: la sintesi di vitamina D, ormone cruciale per densità ossea, funzione immunitaria e regolazione dell’umore; e la produzione di ossido nitrico, molecola importante per il funzionamento dei mitocondri e per la corretta dilatazione dei vasi sanguigni, un meccanismo su cui, negli ultimi anni, si è concentrata buona parte della ricerca del dermatologo Richard Weller, dell’Università di Edimburgo, figura centrale nel racconto di Jacobsen. Alcuni studi di laboratorio più recenti hanno effettivamente mostrato che dosi contenute di luce diurna stimolano il rilascio di ossido nitrico nelle cellule cutanee con danni al DNA trascurabili, un dato che rafforza — pur restando preliminare — l’ipotesi di un effetto cardioprotettivo indipendente dalla vitamina D.
L’argomento dell’equità: chi paga il prezzo delle regole “taglia unica”
Uno dei nervi scoperti toccati dal libro riguarda la questione razziale ed epidemiologica: le raccomandazioni attuali sulla protezione solare, sostiene Jacobsen, sono state calibrate soprattutto sulla popolazione a pelle chiara — quella più vulnerabile al melanoma — penalizzando però chi ha la pelle scura, statisticamente molto meno a rischio di tumori cutanei e potenzialmente più esposto ai danni da carenza di sole, incluso il rachitismo e livelli cronicamente bassi di vitamina D.
Non un liberi tutti: “Prendi sole. Non troppo. Esci”
È importante non fraintendere la tesi del libro come un invito all’abbronzatura selvaggia. Jacobsen stesso riassume la sua posizione in sette parole, calco dichiarato della celebre formula di Pollan sul cibo: Get sun. Not too much. Go outside — prendi sole, non troppo, esci di casa.
Il libro non nega affatto i rischi di scottature, invecchiamento cutaneo precoce e melanoma legati all’eccesso di raggi UV: la tesi centrale è che il pendolo della prevenzione, spinto per decenni verso l’evitamento totale, si sia spostato troppo, trascurando i benefici di un’esposizione moderata e regolare, specie nelle ore meno intense della giornata.
Un dibattito ancora aperto, non un verdetto definitivo
Va detto con chiarezza che non tutta la comunità scientifica considera il tema chiuso. Jacobsen è un giornalista, non un ricercatore, e diversi osservatori — comprese alcune recensioni entusiaste del libro — hanno notato che alcune delle evidenze citate potrebbero essere ridimensionate da studi futuri, e che il parallelo con pratiche storiche oggi superate (come certi trattamenti eliotracoterapici usati contro la tubercolosi un secolo fa) va maneggiato con cautela. Resta comunque un dato di fatto: la stessa comunità dermatologica è oggi più propensa che in passato a distinguere tra esposizione cronica intensa (il vero fattore di rischio oncologico) e piccole dosi regolari di luce naturale, la cui utilità per il sistema cardiovascolare, il sonno, l’umore e persino la vista — la luce solare è oggi riconosciuta dall’OMS come fattore protettivo contro la miopia infantile — trova sempre più conferme in letteratura.
In un’estate di allerte caldo e bollettini anti-sole, In Defense of Sunlight arriva insomma come un promemoria scomodo ma non peregrino: la luce del sole, presa con criterio, resta uno degli strumenti di salute pubblica più semplici, gratuiti ed equamente distribuiti che abbiamo a disposizione.
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