Menu
Pompei: l'IA dà un volto all'uomo in fuga dal Vesuvio

L’eruzione lo uccise mentre fuggiva da Pompei: l’IA lo riporta in vita

Teresa Pitrola 2 settimane fa 0

La notizia è tanto affascinante quanto emozionante: per la prima volta nella sua storia, il Parco Archeologico di Pompei ha introdotto strumenti di intelligenza artificiale nella narrazione del proprio patrimonio, presentando una ricostruzione digitale realizzata in collaborazione con il Laboratorio Digital Cultural Heritage dell’Università degli Studi di Padova. 

Il risultato è un modello visivo che riporta in vita — con rigore scientifico e linguaggio accessibile — gli ultimi, drammatici momenti di un uomo travolto dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Lo scavo che ha cambiato tutto: la necropoli di Porta Stabia

Tutto nasce da un cantiere di scavo nell’area appena fuori le mura dell’antica città. Gli archeologi, impegnati nel completamento delle indagini sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher, hanno portato alla luce i resti di due uomini che tentarono di fuggire verso la costa durante l’eruzione. I due individui non morirono insieme, né nello stesso modo: i loro corpi raccontano due fasi distinte e terribili della catastrofe, offrendo agli studiosi un’istantanea inedita su come si svolsero le ultime ore per chi cercò scampo fuori dalle mura.

Due destini, due modi di morire

Uno dei due, il più giovane, fu probabilmente investito da una corrente piroclastica — una nube ardente di cenere e gas tossici — mentre tentava di allontanarsi dalla città. L’altro, più adulto, morì qualche ora prima, sotto una fitta pioggia di lapilli. Ed è proprio su quest’ultimo che si è concentrata la ricostruzione digitale: un uomo che, nel mezzo del caos e del buio, compì un gesto istintivo e disperato. Sollevò un mortaio di terracotta sopra la testa per proteggersi dalla pioggia di fuoco: un gesto primordiale, eppure reale, cristallizzato per sempre accanto alle sue ossa.

Gli oggetti dell’ultimo momento: una lucerna, un anello, dieci monete

Ciò che rendeva quest’uomo ancora più vivo agli occhi degli archeologi erano le cose che aveva scelto di portare con sé nella fuga. Accanto al corpo sono stati trovati una lucerna in ceramica — utile per orientarsi nella visibilità quasi nulla — un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e un gruzzolo di dieci monete in bronzo. Un bagaglio minimo, scelto in pochi secondi sotto la cenere.

Come ha sintetizzato il professor Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale: l’uomo fuggiva con un mortaio sul capo, una lucerna in mano e dieci monete: portava ciò che gli sembrava utile per orientarsi nel buio e per sopravvivere. Il gesto di usare un oggetto come protezione per la testa, peraltro, non stupisce gli studiosi: richiama direttamente le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera racconta come i fuggiaschi cercassero di ripararsi dal materiale eruttivo con cuscini legati sulla testa.

Come funziona la ricostruzione con l’IA

Il cuore tecnologico della scoperta sta nel modo in cui questa storia è stata raccontata. Il modello digitale è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma comprensibile anche a chi non è uno specialista. Non si tratta, quindi, di una semplice animazione fantasiosa: ogni dettaglio visivo è ancorato ai dati emersi dagli scavi e alle analisi degli esperti del Ministero della Cultura. Il professor Jacopo Bonetto dell’Università di Padova ha sottolineato che il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia, una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione,ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti.

Questa scoperta solleva una domanda che va ben oltre Pompei: quale ruolo può e deve giocare l’intelligenza artificiale nella ricerca umanistica? La risposta che emerge da questo progetto è chiara. L’IA non sostituisce l’archeologo: sotto il suo controllo, ne amplia e approfondisce le potenzialità, e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi.

Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, ha aggiunto una considerazione di natura quasi urgente: la vastità dei dati archeologici è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale sarà possibile tutelarli e valorizzarli adeguatamente, ed è importante che siano gli archeologi stessi a occuparsene, per non lasciare ad altri — privi delle basi umanistiche e scientifiche necessarie — il compito di farlo.

Pompei, laboratorio del futuro

Non è un caso che proprio il Parco Archeologico di Pompei sia il luogo scelto per questa prima sperimentazione. A luglio 2026 è in programma, all’interno del Parco stesso, l’edizione di “Orbits – Dialogues with Intelligence. Habitat – Disegnare la società post-AI”, un evento che riporta l’etica e la filosofia al centro del dibattito tecnologico, promuovendo un uso consapevole del digitale. Pompei si conferma così non solo il sito archeologico più famoso al mondo, ma anche un laboratorio vivo in cui passato e futuro si incontrano: dove uno scheletro di duemila anni fa, un mortaio di terracotta e un algoritmo moderno riescono, insieme, a raccontarci qualcosa di profondamente umano e toccante.

Ti è piaciuto? Votalo!

🌍 Le notizie di Cose dell'Altro Mondo direttamente sul tuo telefono

Iscriviti al nostro canale WhatsApp o Telegram — gratis, senza spam, puoi uscire quando vuoi.

Crediti fotografici


Scopri di più da Cose dell'Altro Mondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scritto da

Lascia un commento

Rispondi