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L'ingresso della grotta di Shanidar, sui monti Bradost nel Kurdistan iracheno, visto dal piazzale d'accesso tra alberi e pareti di roccia

Shanidar A, ucciso da una lancia 75.000 anni fa: il Neanderthal che riscrive la storia della compassione

Teresa Pitrola 4 giorni fa

Pubblicato il · Aggiornato il

Aggiornato il: 19 Ottobre 2026

Dalla grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno, arriva una delle testimonianze più sorprendenti sul la vita dei Neanderthal. Come ha raccontato New Scientist, i resti di un individuo vissuto nel Paleolitico documentano insieme la brutalità di quell’epoca e una delle prime prove di cura verso i feriti. Secondo gli archeologi, la sua vita finì in modo violento circa 75.000 anni fa, quando una lancia di legno appuntita gli penetrò nel petto: secondo Cambridge, è il più antico caso noto di violenza letale con una lancia di legno.

“Ciò che trovo più sorprendente è come metta insieme due lati apparentemente opposti del comportamento umano”, ha dichiarato a New Scientist Palmira Saladié, dell’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana ed Evoluzione Sociale, che non ha partecipato alla ricerca. “Abbiamo prove di violenza letale, ma anche prove di cura per gli individui feriti e di complesse pratiche funerarie”.

Chi era Shanidar A

Lo studio, pubblicato su Scientific Reports da un gruppo britannico e spagnolo, analizza i resti scoperti di recente di un Neanderthal di circa 45 anni, battezzato Shanidar A e vissuto 75.000 anni fa. Dello scheletro restano una mano quasi completa, alcuni denti, tre costole e la scapola sinistra, tutti con segni di danni.

La grotta non è un luogo qualunque. Da quando venne scavata per la prima volta, nel 1953, ha restituito un gran numero di resti neanderthaliani, ed è celebre per la cosiddetta “sepoltura dei fiori” di Shanidar 4, scoperta nel 1960, che contribuì a ribaltare l’immagine del Neanderthal come cavernicolo rozzo e privo di sentimenti. Secondo lo studio, però, la teoria dei fiori non ha retto.

Il colpo al volto e la lenta guarigione

Il primo trauma subito da Shanidar A non fu fatale. L’individuo subì un trauma grave al volto, così forte da spaccare a metà uno degli incisivi inferiori; la parte rotta si ricoprì poi di placca indurita, segno che continuò a vivere a lungo senza quel frammento di dente. Le lesioni, in parte, si rimarginarono mentre era ancora in vita.

Proprio qui entra in gioco la compassione. Secondo Emma Pomeroy, archeologa dell’Università di Cambridge e prima autrice dello studio, il dolore sarebbe stato estremo e anche bisogni elementari come mangiare e bere sarebbero diventati difficili: probabilmente Shanidar A aveva bisogno che qualcuno gli sminuzzasse il cibo e di potersi riposare. In altre parole, sopravvisse perché il gruppo si prese cura dell’individuo.

Il foro nella scapola: un’arma di legno

A porre fine alla sua vita fu invece una ferita di natura completamente diversa. Un foro netto e circolare nella scapola fa pensare che l’arma sia penetrata nel torace, attraversando polmone e probabilmente grandi arterie prima di bucare l’osso. Il foro misura 15 millimetri di diametro e, secondo i ricercatori, fu causato da un’arma da affondo o da un proiettile in legno appuntito: una punta in pietra avrebbe infatti lasciato un’apertura angolare o a losanga.

L’assenza di segni di guarigione sull’osso e i frammenti trovati nelle vicinanze indicano che la lesione avvenne intorno al momento della morte. “Il diametro dell’asta vicino alla punta corrisponde bene alle dimensioni del foro nella scapola”, ha spiegato Pomeroy all’emittente australiana ABC, ammettendo però che non si potrà mai avere la certezza assoluta, perché il legno non si è conservato.

Incidente o omicidio?

Distinguere un incidente da un atto deliberato, a decine di millenni di distanza, è tutt’altro che semplice. Per molti archeologi, tra cui Graeme Barker, archeologo di Cambridge e coautore dello studio, che guida gli scavi a Shanidar dal 2015, lo scenario più probabile è quello della violenza interpersonale. Lo studio, però, precisa che non si può sapere con certezza.

Non tutti, però, sono convinti. Sofia Samper Carro, archeologa dell’Australian National University estranea alla ricerca, giudica alcune conclusioni audaci e ritiene che servano più prove: pur riconoscendo che un foro così circolare è insolito, considera eccessivo collegarlo con certezza alla causa della morte senza aver ritrovato l’arma.

Un precedente nella stessa grotta

Shanidar A non è il primo Neanderthal della grotta con una ferita da lancia. Anche un altro individuo, riportato alla luce negli anni Sessanta e datato a circa 50.000 anni fa, presentava una ferita da perforazione, più compatibile però con una lancia con punta in pietra. Si tratta del celebre Shanidar 3, la cui costola aveva iniziato a guarire: secondo gli studiosi morì probabilmente nel giro di qualche settimana, forse per i danni polmonari causati dal colpo.

Una sepoltura accurata

Il quadro si completa con il trattamento riservato a Shanidar A dopo la morte. Era uno di cinque Neanderthal, quattro adulti e un neonato, deposti con cura dietro un pilastro di roccia della grotta, in un gruppo di sepolture realizzate nel giro di anni o decenni. La grotta fu frequentata dai Neanderthal per decine di migliaia di anni come accampamento stagionale, e più tardi da Homo sapiens. Un indizio, secondo i ricercatori, che quei gruppi si prendevano cura gli uni degli altri non solo in vita, ma anche nella morte.

Oltre lo stereotipo del rozzo cavernicolo

Il significato della scoperta va oltre il singolo individuo. “Vediamo due aspetti contrastanti della natura umana, la cura e la violenza, accostati nello stesso individuo”, è la sintesi di Pomeroy. Un monito anche contro la tendenza a idealizzare le società di cacciatori-raccoglitori come pacifiche e in armonia con la natura: la realtà, avvertono gli studiosi, era molto più complessa.

E il lavoro a Shanidar non è finito. Il gruppo di Pomeroy sta ancora scavando il sito, concentrandosi sul periodo di transizione in cui la nostra specie iniziò a frequentarlo, e studiando cosa mangiassero Neanderthal e uomini moderni e come preparassero il cibo.

Domande frequenti

Chi era Shanidar A?

Un Neanderthal di circa 45 anni, vissuto 75.000 anni fa, i cui resti sono stati scoperti di recente nella grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno.

Come è morto Shanidar A?

Secondo lo studio pubblicato su Scientific Reports, una lancia di legno appuntita gli attraversò il torace fino a forare la scapola sinistra, lasciando un foro circolare di 15 millimetri.

Perché la scoperta è considerata una prova di compassione?

Prima di morire, Shanidar A aveva superato un trauma grave al volto che gli aveva spaccato un dente. Per riprendersi avrebbe avuto bisogno dell’aiuto del gruppo per mangiare, bere e riposare.

Si tratta davvero di un omicidio?

Per molti archeologi la violenza interpersonale è probabile, ma lo studio dice che non si può sapere e alcuni esperti indipendenti invitano alla cautela: senza l’arma è difficile stabilire con certezza la causa della morte.

Perché la grotta di Shanidar è così importante?

Scavata dal 1953, ha restituito numerosi resti di Neanderthal ed è famosa per la “sepoltura dei fiori”, che contribuì a cambiare l’immagine di questa specie, anche se secondo lo studio la teoria dei fiori non ha retto.
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Teresa Pitrola è una firma della redazione di Cose dell'Altro Mondo. Firma contenuti di ogni genere per il magazine.