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Dopo i “no vax”, ecco i “no chip“. Una nuova tendenza legata alle teorie del complotto si sta diffondendo in alcune zone d’Italia: manomettere la carta d’identità elettronica (CIE), asportando con un taglierino il microchip incorporato nel documento. Chi lo fa è convinto di sottrarsi così al “tracciamento” da parte delle autorità. In realtà il chip non serve a localizzare nessuno, e toglierlo è un reato.
Il fenomeno è emerso in Alto Adige, ma le cronache delle ultime settimane mostrano che i casi di carte d’identità senza chip si moltiplicano da nord a sud. Non sempre, però, dietro la manomissione c’è la paura del Grande Fratello: in diversi casi gli investigatori sospettano un mercato illegale dei chip.
In questo articolo
I casi in Alto Adige
La tendenza arriva dalla Germania, dove sui social circolano video tutorial che spiegano come individuare ed estrarre il microchip dalle carte d’identità elettroniche. In Italia è finita nel mirino dei carabinieri di Egna, piccolo comune della provincia di Bolzano, che negli ultimi mesi hanno denunciato quattro persone trovate con carte d’identità bucate artigianalmente.
Non si tratta di casi isolati. Come ha confermato a Rai Südtirol il presidente delle polizie locali altoatesine, Christian Carli, episodi simili si sono registrati anche in Val Venosta, soprattutto tra i giovani, ma non solo. Di recente un 47enne si è presentato alla stazione dei carabinieri di Laives: durante le verifiche, i militari hanno scoperto che il microchip contactless era stato asportato volontariamente. Il documento è stato sequestrato e l’uomo denunciato per falsità documentale.
“È un reato penale e non una sciocchezza”, ha avvertito Carli.
Il fenomeno si sta allargando a tutta Italia
Le cronache locali delle ultime settimane raccontano un fenomeno ben più esteso dell’Alto Adige:
- Genova: è la città con più casi documentati. Dall’inizio dell’anno il comando provinciale dei carabinieri ha sequestrato circa 30 carte d’identità con il chip rimosso. L’ultimo caso riguarda un 19enne che si era presentato in caserma per denunciare uno smarrimento ed è finito lui stesso denunciato.
- Veneto: nell’Alta Padovana, durante controlli tra il 30 e il 31 ottobre, un 25enne di Galliera Veneta ha mostrato ai carabinieri una carta d’identità con il microchip rimosso “chirurgicamente”. È stato denunciato per falsità materiale commessa dal privato.
- Lazio: in provincia di Frosinone i casi si susseguono tra Anagni, Ferentino e Ceprano. Il 16 ottobre, durante due distinti controlli stradali, sono state denunciate due persone.
- Campania: a Lauro, in provincia di Avellino, è stato denunciato un 37enne. A Baiano un 28enne e, in un caso separato, un 50enne. Ad Acerra i carabinieri hanno trovato tre carte senza chip in pochi giorni, mentre tra Napoli e provincia ne sono state scoperte quattro in un solo giorno.
- Sicilia: ad Agrigento sono stati denunciati tre giovani tra i 20 e i 30 anni, fermati durante controlli stradali da carabinieri e polizia; avevano tutti rimosso il microchip dalla propria carta d’identità.
Complottisti o criminali?
Non tutti i “no chip” sono complottisti. In diversi casi gli investigatori ipotizzano scopi ben più concreti. Ad Agrigento si sta verificando se i chip estratti siano stati destinati a un circuito illegale, per riutilizzarli nella contraffazione di altri documenti o in frodi d’identità. Il sospetto è che i chip possano servire a costruire identità digitali false o a “validare” documenti contraffatti.
A Napoli i carabinieri lanciano l’allarme sulle carte manomesse, collegandole anche alle truffe ai danni degli anziani. Un’altra ipotesi riguarda chi vuole impedire la lettura elettronica dei dati e aggirare le verifiche automatiche usate in aeroporti, banche e uffici pubblici. Allo stato attuale, però, non risultano collegamenti accertati tra i vari casi né prove dell’esistenza di un’unica organizzazione.
Cosa si dice online
Sul web le teorie sulla CIE si mescolano al repertorio classico del complottismo. Secondo una ricostruzione di Fanpage, finiscono nello stesso calderone del 5G, dei vaccini, dei “turbotumori” e delle scie chimiche. Tra le narrazioni più diffuse c’è quella di un futuro sistema di controllo totale in cui, per esempio, chi ha già fatto il pieno all’auto si vedrebbe negare la spesa al supermercato anche avendo i soldi. Nessuna di queste affermazioni ha alcun fondamento.
La matrice tedesca è evidente. In Germania da anni circolano video in cui un uomo estrae il chip dal documento con un coltello, sostenendo che serva a localizzare ogni cittadino in qualsiasi momento. Altri tutorial suggeriscono addirittura di “friggere” il chip nel microonde. Anche lì il gesto è punibile: i documenti d’identità sono proprietà dello Stato, e danneggiarli può costare fino a due anni di carcere o una multa.
Il chip non può tracciare nessuno
La convinzione dei “no chip” è del tutto infondata. Il microchip della CIE contiene:
- i dati personali, la foto e le impronte digitali del titolare, protetti da meccanismi contro la contraffazione e la lettura impropria;
- le informazioni che permettono di accedere ai servizi online di pubbliche amministrazioni e imprese.
Le impronte digitali possono essere lette solo dalle autorità di controllo con specifiche autorizzazioni. Secondo il ministero dell’Interno, inoltre, sono custodite solo nel chip e non in altre banche dati.
Soprattutto, il chip non è un dispositivo GPS e non permette di localizzare il titolare. È un chip passivo: non ha una batteria, riceve energia solo da un lettore NFC e funziona solo a pochi centimetri di distanza. È lo stesso standard internazionale dei passaporti elettronici, e un regolamento europeo del 2019 impone a tutti gli Stati membri carte d’identità con un chip sicuro che contenga volto e due impronte digitali.
Chi ha timori sulla privacy ha comunque un’alternativa legale. Per evitare letture non autorizzate a distanza ravvicinata si può usare una custodia schermata, che blocca i segnali radio.
Cosa rischia chi toglie il chip: la sentenza della Cassazione
Sul piano penale, la questione è stata chiarita dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 31429/2026 della Quinta sezione penale. La vicenda è partita da Genova, dove un cittadino straniero aveva mostrato ai carabinieri una carta d’identità senza chip. Secondo la Suprema Corte, togliere il microchip configura il reato di falsità materiale commessa dal privato in certificati o autorizzazioni amministrative, previsto dagli articoli 477 e 482 del codice penale. Il chip, infatti, è un elemento essenziale del documento.
Per i giudici la CIE è un documento complesso e unitario, la cui parte tecnologica non può essere considerata accessoria. La rimozione del chip è un’alterazione del documento anche quando foto e dati anagrafici restano integri e leggibili.
In concreto:
- l’articolo 477 punisce l’alterazione di certificati o autorizzazioni amministrative con la reclusione da sei mesi a tre anni;
- quando a commettere il fatto è un privato, l’articolo 482 riduce la pena di un terzo, quindi la reclusione va da quattro mesi a due anni;
- a questi reati se ne possono aggiungere altri. Ad Agrigento, per esempio, sono stati contestati anche l’uso di atto falso, la falsità su documenti informatici e la falsa attestazione sull’identità;
- secondo il quotidiano altoatesino Stol, se il documento è valido per l’espatrio si può arrivare a contestare anche il possesso di documenti di identificazione falsi (articolo 497-bis), con pene tra due e cinque anni.
Il reato, però, non scatta in automatico: molto dipende dalle modalità della manomissione, dall’uso del documento e dagli accertamenti sulla corrispondenza dei dati. Per riconoscere una manomissione, i carabinieri osservano il tipo di taglio: in un caso lo hanno descritto come estremamente preciso, incompatibile con un normale deterioramento accidentale.
Chi ha una carta con il chip difettoso per un problema di fabbricazione, e non per manomissione, può rivolgersi ai canali ufficiali del ministero dell’Interno. Il portale della CIE offre già un servizio di verifica per un difetto che in alcuni lotti ha registrato sul chip una data di rilascio diversa da quella stampata.
Le conseguenze pratiche
Oltre al rischio penale, chi taglia il chip si ritrova con un documento inutilizzabile. Senza chip non si può più usare l’app CIE Id, l’alternativa ufficiale allo SPID, e diventa impossibile accedere a molti servizi pubblici online. La carta viene sequestrata e va richiesta da capo, con tempi e costi a carico del titolare.
Il messaggio delle forze dell’ordine è netto: non manomettere mai la propria carta d’identità elettronica, perché diventa inutilizzabile e la manomissione è un reato. Come ha precisato la Cassazione, un documento d’identità senza la sua parte elettronica non è più un documento d’identità.
Domande frequenti
Chi sono i “no chip”?
Persone che rimuovono il microchip dalla carta d’identità elettronica convinte che serva a tracciarle.
Il chip della CIE può localizzare il titolare?
No. Contiene dati anagrafici, foto e impronte, non ha un GPS e funziona solo a pochi centimetri da un lettore.
Cosa si rischia a togliere il chip?
Secondo la Cassazione è falsità materiale commessa dal privato (artt. 477 e 482 c.p.), punita con la reclusione da quattro mesi a due anni.
La carta senza chip è ancora valida?
No, viene considerata alterata, quindi sequestrata, e va richiesta di nuovo.
Il fenomeno riguarda solo l’Alto Adige?
No, casi sono stati segnalati in Liguria, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia.
Letto su cosedellaltromondo.it — https://www.cosedellaltromondo.it/no-chip-carta-identita-elettronica-microchip-rimosso-reato/

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