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Francesco De Gregori

Francesco De Gregori: perché è diventato un caso dire “non mi schiero su Gaza e Israele”

Cose dell'Altro Mondo 1 settimana fa 0

Il 26 maggio 2026, durante una conferenza stampa al teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori ha fatto quello che per molti sembrava impossibile: si è rifiutato di avere un’opinione. O meglio, si è rifiutato di esibirla. Ha dichiarato di provare imbarazzo quando figure dello spettacolo si schierano nettamente su temi globali, sottolineando di preferire sensibilizzare il pubblico attraverso le sue canzoni, piuttosto che con proclami o dichiarazioni pubbliche. In pochi minuti, quello che era un normale incontro stampa per presentare nuovi progetti è diventato un caso nazionale.

Cosa ha detto esattamente

De Gregori ha ribadito di non sentirsi superiore a nessuno e di non avere il titolo per indicare una posizione specifica su questioni delicate come Gaza o Israele. “Non do lezioni”, ha precisato, “visto che io anche ho le idee confuse”. Citando Walt Whitman, ha dichiarato di “contenere moltitudini”, espressione che riflette la complessità e la pluralità del suo pensiero. Ha inoltre enfatizzato di non voler né impartire né ricevere insegnamenti, specialmente da altri uomini di spettacolo, mettendo in discussione la loro legittimità nel farlo dal palco.

Tradotto in parole semplici: non mi schiero, non mi sento in grado di farlo, e non capisco perché gli artisti dovrebbero farlo. Fine.

Perché è diventato un caso

De Gregori è stato accusato “per non aver detto il fatto”, per non essersi adeguato alla convinzione diffusa, o forse alla moda, che l’artista per essere tale debba schierarsi su questioni internazionali o di guerra, e schierarsi dalla parte giusta. Come ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera, il cantautore romano “ha subito una purga mediatica per NON avere espresso una opinione”.

Il paradosso, scritto così, è evidente. Uno dei cantautori più rispettati d’Italia viene messo alla gogna non per qualcosa che ha detto, ma per qualcosa che si è rifiutato di dire. Le polemiche nate attorno alle sue dichiarazioni raccontano forse più il nostro tempo che il cantautore romano.

“Ma lui non era quello di Viva l’Italia?”

La critica più diffusa sui social è stata di tipo biografico: come può De Gregori, autore di canzoni come Viva l’Italia e Pablo, ritirarsi adesso nel silenzio? Chi ricorda il De Gregori degli anni Settanta e Ottanta si è sorpreso, eppure secondo molti osservatori non c’è alcuna contraddizione. Canzoni come Pablo, Le storie di ieri, Il cuoco di Salò, Il Signor Hood e Viva l’Italia raccontavano una precisa sensibilità civile, politica e sociale, riconducibile a quella cultura progressista che ha attraversato gran parte della canzone d’autore italiana.

Ma c’è differenza tra scrivere canzoni con una sensibilità politica e salire su un palco nel 2026 per dire al pubblico da che parte stare su un conflitto geopolitico complesso. Secondo De Gregori, il mondo è troppo complesso per essere ridotto a slogan pronunciati da un palco, e un artista non possiede alcuna investitura particolare che lo renda più autorevole degli altri cittadini nell’interpretare eventi così delicati.

L’artista deve schierarsi?

La querelle nata dalle dichiarazioni di De Gregori esula dal recinto musicale e attiene al ruolo che l’artista ha o pensa di dover avere all’interno della società. È una domanda vecchia almeno quanto Sartre, ma che torna periodicamente a fare danni.

Ai David di Donatello e in altre occasioni pubbliche, abbiamo ascoltato l’artista credere di essere investito a guidare la società: “Se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti”, ha detto Paolo Sorrentino rivolgendosi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “vivremmo gioiosi e pacifici, ma purtroppo ci sono anche gli altri”. È una visione. De Gregori ne ha un’altra. E per averla, o meglio per non averla, è finito sotto processo.

Quello che è certo è che il 2026 di De Gregori è già molto affollato: un docufilm, un album live e un ciclo di concerti a Roma (dal 27 ottobre) e a Milano (dal 25 novembre), dove tranne Buonanotte Fiorellino, che chiuderà ogni serata, non ci sarà nulla di quello che ci si aspetta. Compreso, evidentemente, un’opinione su Gaza.

La celebre citazione di Walt Whitman “Sono vasto, contengo moltitudini” sembra essere la chiave interpretativa delle sue parole: accogliere la pluralità, coltivare il dubbio, abbracciare la complessità. Una posizione intellettualmente onesta che, in un’epoca in cui il silenzio viene letto come tradimento, costa cara.

PosizioneArgomento principale
Chi critica De GregoriUn artista “engagé” ha il dovere morale di schierarsi sui grandi temi del tempo
Chi difende De GregoriIl dubbio è una forma di rigore intellettuale, non una fuga dalle responsabilità
De Gregori stesso“Non do lezioni, visto che io anche ho le idee confuse”
Antonio Polito (Corriere)De Gregori ha subito una “purga mediatica” per non aver espresso un’opinione

Nota editoriale: Il dibattito non riguarda solo De Gregori, ma la domanda più generale se gli artisti abbiano un dovere di schieramento pubblico diverso da quello dei cittadini comuni. Una domanda che non ha una risposta univoca e che, probabilmente, è proprio quello il punto.

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