Per mesi è stato il simbolo di una caduta senza precedenti nella storia recente della monarchia britannica. Ora Andrew Mountbatten-Windsor, fratello minore di Re Carlo III, incassa la sua prima vittoria giudiziaria. Nel corso di un’udienza alla Royal Courts of Justice, giovedì 8 ottobre, alla quale l’ex principe non era presente, il giudice Hilliard ha preso atto che ricorrente e Thames Valley Police avevano concordato sull’illegittimità dei mandati di perquisizione.
Una vittoria che però ha un perimetro preciso. Lo stesso magistrato ha voluto chiarirlo subito: l’annullamento dei mandati “non pone fine all’indagine”, né significa che l’intera inchiesta sia stata illegittima. Andrew resta dunque indagato, e il nodo vero – cosa fare delle prove raccolte – è tutt’altro che sciolto.
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Dal febbraio dell’arresto all’autunno dei ricorsi
Per capire la portata della decisione bisogna tornare all’inizio dell’anno. Nei primi giorni di febbraio Andrew aveva lasciato il Royal Lodge di Windsor, la villa georgiana di trenta stanze dove aveva vissuto per anni, trasferendosi in un cottage nella tenuta di Sandringham, in Norfolk, dopo nuove rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein emerse dai documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia statunitense.

Pochi giorni dopo arrivò l’arresto. Era il 19 febbraio 2026, intorno alle 8 del mattino, quando gli agenti lo fermarono nell’ambito di un’indagine per cattiva condotta nell’esercizio di un ufficio pubblico. Una data simbolica: era il giorno del suo 66° compleanno. Condotto alla stazione di polizia di Aylsham, è stato interrogato per quasi dodici ore, mentre gli investigatori perquisivano indirizzi nel Berkshire e nel Norfolk.

L’ipotesi al centro dell’inchiesta riguarda gli anni in cui Andrew era il rappresentante speciale del Regno Unito per il commercio internazionale, tra il 2001 e il 2011. L’indagine della Thames Valley Police non riguarda le accuse di Virginia Giuffre, ma è nata da alcune email che Andrew avrebbe inviato a Epstein e che sembrerebbero contenere rapporti commerciali riservati. Al termine dell’interrogatorio è stato rilasciato “sotto indagine”: né incriminato, né scagionato.
Re Carlo, in quelle ore, scelse parole asciutte. In una dichiarazione firmata “Charles R”, il sovrano espresse la sua “più profonda preoccupazione” e affermò che “la legge deve fare il suo corso”.
L’inchiesta si allarga
Nei mesi successivi il fascicolo si è ampliato. A maggio la Thames Valley Police ha esteso l’indagine anche ad accuse di cattiva condotta sessuale, lanciando un appello pubblico a chiunque avesse informazioni utili. Gli investigatori avevano già invitato a farsi avanti una donna che accusa Epstein di averla portata nel Regno Unito per avere rapporti con l’ex principe. Andrew ha sempre respinto ogni accusa.
L’errore della polizia
È proprio in quei mesi che la difesa ha avviato la controffensiva. Il ricorso per revisione giudiziaria è stato depositato a maggio, e già a luglio la polizia ha riconosciuto che i mandati erano stati emessi sulla base di una norma sbagliata. La notizia è diventata pubblica solo a inizio ottobre, quando il Telegraph ha rivelato che l’ex duca era stato autorizzato a contestare la legittimità delle perquisizioni.
Il punto tecnico è delicato. Secondo quanto ricostruito dal giudice Hilliard, il magistrato dell’Old Bailey che concesse i mandati il 18 febbraio lo fece sul presupposto che il materiale cercato non fosse coperto da segreto professionale né rientrasse nel cosiddetto “special procedure material“: una categoria del diritto britannico che tutela documenti acquisiti o prodotti nell’ambito di un’attività professionale o di un incarico pubblico e custoditi con un vincolo di riservatezza. Ma l’oggetto delle perquisizioni era esattamente quello. La polizia ha infatti ammesso che il giudice non poteva ragionevolmente escludere la presenza di materiale di questo tipo, perché la sua ricerca era espressamente prevista nella richiesta di mandato e connaturata all’accusa stessa.

In altre parole: se si indaga su presunti documenti riservati legati a un incarico pubblico, non si può ottenere un mandato sostenendo che non si cercano documenti riservati legati a un incarico pubblico. Hilliard ha parlato di errori significativi commessi sia dalla polizia nel richiedere i mandati sia dal giudice nel concederli. Un dettaglio rende il quadro ancora più insolito: secondo l’avvocato Mark Stephens, era già anomalo che la polizia si rivolgesse all’Old Bailey, dove il magistrato in questione è un giudice dell’Alta Corte.
La Thames Valley Police, dal canto suo, ha scelto la via dell’ammissione. In una nota diffusa dopo l’udienza, un portavoce ha riconosciuto che la decisione del tribunale di emettere i mandati sulla base di quella specifica normativa era errata, e che dunque andavano annullati.
Il nodo delle prove: la battaglia del 2027
Ed è qui che la vicenda si complica. I mandati sono caduti, ma il materiale sequestrato a Sandringham e al Royal Lodge no. Il giudice deve ancora decidere se restituire i beni ad Andrew, perché la legge prevede una norma che consente alla polizia di trattenere come prova anche materiale sequestrato illegittimamente. Gli investigatori hanno presentato a giugno una richiesta in tal senso; Andrew si oppone, e l’udienza si terrà a porte chiuse nel 2027.
È la vera posta in gioco. Secondo Stephens, che non è coinvolto nel caso, la decisione apre ai legali dell’ex principe la possibilità di iniziare a smontare, pezzo dopo pezzo, i frutti di quel mandato illegittimo. Se la difesa riuscisse a far escludere le prove, l’impianto accusatorio potrebbe uscirne seriamente indebolito.
Nel frattempo la polizia tira dritto. La Thames Valley Police ha ribadito che l’indagine su “un uomo di circa sessant’anni del Norfolk” resta aperta e che continuerà a seguire tutte le linee investigative ragionevoli. Un altro segnale del cambio di clima: l’udienza dell’8 ottobre avrebbe dovuto occuparsi della richiesta della polizia di limitare l’accesso agli atti, ma il giorno prima gli investigatori hanno rinunciato a proseguire su quel fronte.
Chi paga? Il silenzio e l’imbarazzo del Palazzo
C’è poi una questione che a Buckingham Palace pesa quanto quella giudiziaria: i soldi. Secondo la Press Association, ad Andrew è stato fatto sapere che non potrà usare il reddito privato del Re per finanziare la causa contro la polizia; una fonte di Palazzo ha confermato che il messaggio è stato chiarito. Le finanze dell’ex principe sono da tempo un mistero, e secondo stime riportate da Newsweek il contenzioso potrebbe costare circa 265mila dollari.
Il caso crea anche un problema d’immagine per Carlo III. Andrew è il secondo membro della famiglia reale in appena quattro anni a fare causa allo Stato britannico, una complicazione di comunicazione per il sovrano, che continua a sostenerlo economicamente. Il precedente, com’è chiaro a tutti, è quello del principe Harry e delle sue battaglie legali sulla sicurezza.
Un caso senza precedenti negli ultimi quattro secoli
La dimensione storica della vicenda è evidente. Andrew è stato il primo membro anziano della famiglia reale arrestato in quasi 400 anni e, con la revisione giudiziaria, il primo reale dai tempi di Carlo I a contestare un procedimento legale.
Intanto, sul piano personale, l’ex duca vive in una sorta di limbo. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa britannica, si sentirebbe trattato come un capro espiatorio e starebbe cercando di recuperare migliaia di sterline dalla Crown Estate dopo essere stato costretto a lasciare il Royal Lodge. Nelle ultime settimane è stato fotografato a cavallo nella tenuta di Sandringham, per la prima volta da quando vi si è trasferito, dopo mesi in cui gli era stato sconsigliato di farsi vedere in sella o in pubblico in generale.
Cosa succede adesso
Il quadro, a oggi, è questo: i mandati sono stati annullati, l’indagine per cattiva condotta in ufficio pubblico e per le accuse di natura sessuale prosegue, e il destino delle prove sarà deciso solo il prossimo anno, a porte chiuse. Andrew non è stato incriminato, ma neppure prosciolto. E ha dimostrato, per la prima volta da quando è iniziata la sua parabola discendente, di essere disposto a usare gli strumenti dello Stato di diritto per difendersi.
Per la monarchia, che da anni cerca di chiudere il capitolo Epstein, è la conferma che questa storia non si archivierà presto. Per la polizia, è un errore procedurale che rischia di costare caro. Per l’opinione pubblica, è l’ennesimo capitolo di una vicenda sospesa tra cronaca giudiziaria e dramma di corte, che continua a scrivere pagine inedite nella storia della Corona britannica.
Domande frequenti
Perché i mandati di perquisizione contro Andrew sono stati annullati?
Perché sono stati emessi sulla base di una norma sbagliata. Il giudice che li concesse partì dal presupposto che il materiale cercato non fosse riservato o legato a un incarico pubblico, mentre l’indagine riguardava proprio documenti di quel tipo. La stessa polizia ha riconosciuto l’errore.
L’indagine su Andrew Mountbatten-Windsor è chiusa?
No. Il giudice Hilliard ha chiarito che l’annullamento dei mandati non pone fine all’inchiesta. Andrew resta indagato per cattiva condotta nell’esercizio di un ufficio pubblico e per accuse di cattiva condotta sessuale.
Che fine faranno le prove sequestrate?
Per ora restano alla polizia, che ha chiesto di poterle trattenere. Andrew si oppone. La decisione arriverà nel 2027, al termine di un’udienza a porte chiuse.
Di cosa è accusato Andrew?
Gli investigatori vogliono accertare se, quando era inviato commerciale del Regno Unito tra il 2001 e il 2011, abbia trasmesso documenti riservati a Jeffrey Epstein. A maggio l’indagine è stata estesa ad accuse di natura sessuale. Andrew ha sempre negato ogni addebito.
Chi paga le spese legali di Andrew?
Non è chiaro. Secondo la Press Association, il Palazzo gli ha fatto sapere che non potrà usare il reddito privato di Re Carlo III per finanziare la causa contro la polizia.
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