Negli Stati Uniti si torna a uccidere davanti agli occhi di tutti. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha reso noto che la fucilazione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, sarà pubblica, “perché la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose”. Secondo un funzionario del Pentagono, l’esecuzione sarà trasmessa in diretta streaming.
La data è già fissata. Il segretario facente funzioni dell’Esercito, Adam Telle, ha firmato l’ordine di esecuzione: Hasan sarà fucilato a Fort Hood, in Texas, alle 13 ora locale di giovedì 3 dicembre. Secondo l’ordine, il presidente Donald Trump ha approvato la condanna a morte il 2 ottobre, su raccomandazione di Hegseth. Ad annunciarlo era stato il portavoce del Pentagono Sean Parnell, con un messaggio dai toni netti: “Il giorno del giudizio per Hasan è finalmente arrivato”. Hegseth aveva rilanciato il post con un solo commento: “Giustizia”.
Sarebbe la prima esecuzione pubblica negli Stati Uniti dal 1936, quando a Owensboro, in Kentucky, Rainey Bethea fu impiccato davanti a migliaia di persone. Ma è un primato anche sul piano militare: sarebbe la prima esecuzione delle forze armate americane dal 1961. E l’ultima fucilazione dell’esercito risale addirittura al 1945, quando fu giustiziato il soldato Eddie Slovik, condannato per diserzione durante la Seconda guerra mondiale.
La partita però non è chiusa. Nonostante l’ordine firmato, il condannato può ancora presentare un ricorso di habeas corpus ai tribunali federali civili, una strada che potrebbe sospendere l’esecuzione.
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Chi è Nidal Hasan
Nidal Malik Hasan ha 56 anni. Nato nel 1970 ad Arlington, in Virginia, da genitori palestinesi, è cittadino americano e di religione musulmana. Nell’esercito era arrivato al grado di maggiore, lavorando come psichiatra militare. Il 5 novembre 2009, poche settimane prima di essere inviato in Afghanistan, aprì il fuoco sui commilitoni. Nella sparatoria rimase gravemente ferito: da allora è paralizzato dalla vita in giù e costretto su una sedia a rotelle.
Le indagini stabilirono che Hasan aveva mantenuto contatti con Anwar al-Awlaki, l’imam radicale che sarebbe poi diventato una figura di spicco di al-Qaeda nella Penisola Arabica. Già prima della strage, alcuni colleghi si erano detti preoccupati per la sua crescente radicalizzazione.
Al processo davanti alla corte marziale scelse di difendersi da solo. Ammise di essere l’autore della sparatoria e sostenne di aver agito per difendere i leader dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, cioè i talebani. Non chiamò testimoni, non depose e non tentò di contestare le accuse, tanto che gli avvocati d’ufficio arrivarono a sospettare che cercasse deliberatamente la condanna a morte.
Nell’agosto del 2013 una giuria militare lo ha condannato a morte, riconoscendolo colpevole di 13 omicidi premeditati e 32 tentati omicidi. Da allora è detenuto nel braccio della morte militare di Fort Leavenworth, in Kansas. Nel 2025 la Corte Suprema ha respinto la sua richiesta di riesaminare la condanna. Hegseth aveva fatto del caso una bandiera già nel settembre di quell’anno: “Sono impegnato al 100% a garantire che la pena di morte venga eseguita per Nidal Hasan”, aveva dichiarato a The Hill.
La strage del 5 novembre 2009
Era un giovedì pomeriggio quando Hasan entrò nel Soldier Readiness Processing Center di Fort Hood, il centro dove i militari completavano visite mediche e pratiche burocratiche prima di partire per le missioni all’estero, soprattutto in Afghanistan e in Iraq. Secondo i testimoni, gridò “Allahu akbar” e cominciò a sparare con una pistola dotata di mirino laser.
In pochi minuti esplose oltre cento colpi. Davanti a lui c’erano soldati disarmati, in fila per le visite: nelle basi militari americane, infatti, il personale non gira armato. La sparatoria finì solo quando intervenne la polizia civile della base. A fermarlo fu il sergente Mark Todd, che lo colpì e mise fine al massacro. Determinante fu anche la collega Kimberly Munley, rimasta ferita nello scontro a fuoco.
Le vittime
Il bilancio fu di 13 morti e 32 feriti. Tra le vittime c’erano 12 soldati in servizio attivo e un ex militare, l’unico civile ucciso.
I loro nomi sono incisi nel memoriale della base: Michael Grant Cahill, assistente medico civile di 62 anni; Libardo Eduardo Caraveo; Justin DeCrow; John Gaffaney; Frederick Greene; Jason Dean Hunt; Amy Krueger; Aaron Nemelka; Michael Pearson; Russell Seager; Francheska Velez; Juanita Warman; Kham Xiong. Erano medici, psicologi, infermieri, giovani reclute in procinto di partire. Una delle storie più strazianti è quella di Francheska Velez, 21 anni, che era incinta e stava per lasciare l’esercito: per molti americani il suo bambino mai nato è la quattordicesima vittima di Fort Hood.
Una ferita aperta: dalla “violenza sul lavoro” al terrorismo
Per anni la strage è stata al centro di un acceso dibattito politico. Il governo federale la classificò inizialmente come un episodio di “violenza sul posto di lavoro” e non come un atto di terrorismo. Una scelta che fece infuriare le famiglie e i sopravvissuti, perché li escludeva da riconoscimenti e benefici riservati ai militari colpiti in combattimento o in attacchi terroristici.
Ci volle una battaglia di sei anni. Solo nel 2015, dopo una modifica di legge approvata dal Congresso, le vittime e i feriti ricevettero il Purple Heart, la decorazione assegnata ai militari uccisi o feriti in azione contro il nemico. Per molti, fu il riconoscimento ufficiale che a Fort Hood non c’era stata una lite tra colleghi, ma un attacco terroristico sul suolo americano.
Perché Fort Hood è diventata un simbolo
Fort Hood è una delle basi militari più grandi del mondo e un pilastro dell’esercito americano. Per questo la strage ha avuto un impatto enorme: è stato uno dei più gravi attentati terroristici sul suolo statunitense dopo l’11 settembre e il più sanguinoso mai avvenuto in una base militare americana. Ha mostrato che il nemico poteva nascondersi dentro le forze armate, indossare la stessa uniforme e colpire nel luogo che avrebbe dovuto essere il più sicuro.
Il caso ha aperto anche un dibattito internazionale sul cosiddetto terrorismo “fatto in casa” e sulla radicalizzazione online. I contatti tra Hasan e al-Awlaki hanno mostrato quanto la propaganda jihadista potesse raggiungere e influenzare persone nate e cresciute in Occidente, un fenomeno che negli anni successivi avrebbe toccato anche l’Europa. E hanno sollevato pesanti interrogativi sui segnali d’allarme ignorati da esercito e servizi di intelligence.
Infine, il ritorno del condannato sul luogo della strage dà all’esecuzione un significato fortemente simbolico. Hasan verrà ucciso proprio a Fort Hood, la base dove nel 2009 tolse la vita a 13 persone. Ed è proprio questa dimensione, insieme alla diretta streaming, a far discutere: per i sostenitori della pena di morte è un atto di giustizia atteso da 17 anni, per i critici il ritorno di uno spettacolo che gli Stati Uniti avevano abbandonato quasi un secolo fa.
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