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Gli studenti in viaggio verso il monte Otorten

Il caso dei 9 escursionisti morti sul Passo Dyatlov: cosa dice la scienza oggi

Walter Giannò 2 mesi fa 0

La mattina del 26 febbraio 1959, una squadra di soccorso raggiunse il versante orientale del monte Kholat Syakhl, negli Urali settentrionali. Trovò la tenda semisepolta nella neve, tagliata dall’interno. Nei dintorni, impronte confuse che scendevano verso il bosco. Dei dieci escursionisti partiti dalla città di Ivdel il 25 gennaio, uno era sopravvissuto rientrando per malattia. Gli altri nove erano morti. Alcuni in biancheria intima, a temperature tra i −25 e i −30 °C.

Per oltre sessant’anni, quella scena è rimasta senza risposta verificabile. Poi la scienza ha ricominciato a guardare.

Chi erano e cosa stava succedendo

L’incidente del passo di Dyatlov avvenne nella Russia sovietica la notte del 2 febbraio 1959, quando nove escursionisti accampati nella parte settentrionale dei monti Urali morirono per cause rimaste sconosciute. Il passo montano è stato da allora rinominato “passo di Dyatlov” dal nome del capo della spedizione, Igor Dyatlov.

Igor Dyatlov aveva 23 anni. Il team, proveniente dall’Istituto Politecnico degli Urali, guidato dal 23enne Igor Dyatlov, aveva intrapreso una spedizione di 14 giorni nelle montagne settentrionali degli Urali, cercando di raggiungere la montagna Gora Otorten. La spedizione era classificata “Categoria 3”, il grado più alto di difficoltà per l’alpinismo invernale sovietico. Tutti i membri erano esperti e avevano già affrontato uscite simili.

Il gruppo si accampò il 1° febbraio su un pendio a quota 1.079 metri, scavando una piattaforma nel manto nevoso per stabilizzare la tenda. Una scelta tecnica corretta in condizioni normali. Quella notte, qualcosa li costrinse ad uscire tagliando la tenda dall’interno, senza attrezzatura e senza vestirsi adeguatamente.

Sul limitare della foresta, sotto un grande cedro, la squadra di ricerca trovò i resti di un fuoco, insieme ai primi due corpi, entrambi scalzi e vestiti solo della biancheria intima. Tra il cedro e il campo furono ritrovati altri tre corpi, morti in una posizione che sembrava suggerire che stessero tentando di ritornare alla tenda. I quattro escursionisti rimasti furono cercati per più di due mesi. Vennero infine ritrovati il 4 maggio, sepolti sotto un metro e mezzo di neve in una gola.

Le autorità sovietiche stabilirono che le morti erano state provocate da “una forza della natura”. Dopo l’incidente, la zona fu interdetta per tre anni. Quella formula vaga, unita al segreto imposto sulle indagini, alimentò per decenni teorie di ogni tipo: militari, extraterrestri, esperimenti segreti, creature mitologiche.

Passo DyatlovWikipedia | CC0 1.0 Universal
Passo Dyatlov

La svolta: una valanga che nessuno si aspettava

Agli inizi di ottobre del 2019, quando uno sconosciuto squillò sul cellulare del professor Johan Gaume dell’ EPFL, difficilmente avrebbe potuto immaginare di trovarsi di fronte a uno dei più grandi misteri della storia sovietica. Dall’altra parte della linea, un giornalista del New York Times gli chiedeva il suo parere di esperto su una tragedia avvenuta 60 anni prima.

Gaume, direttore del Laboratorio di Simulazione Neve e Valanghe (SLAB) dell’EPFL di Losanna, non aveva mai sentito parlare del caso Dyatlov. Contattò Alexander Puzrin, professore all’ETH di Zurigo e specialista in frane ritardate. Insieme, il francese Gaume e il russo Puzrin hanno setacciato gli archivi resi accessibili al pubblico dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Hanno anche parlato con altri scienziati ed esperti del caso e hanno sviluppato un modello analitico e numerico per ricostruire la valanga di cui potrebbero essere stati vittime i membri della spedizione.

Il 28 gennaio 2021 — esattamente 62 anni dopo la partenza del gruppo — i risultati vennero pubblicati su Communications Earth & Environment, una rivista del gruppo Nature Research.

Il nucleo dello studio è un problema fisico che aveva bloccato tutte le indagini precedenti: se quella sera non aveva nevicato, come poteva essersi staccata una valanga nel cuore della notte? “Utilizziamo dati sull’attrito della neve e la topografia locale per dimostrare che una piccola valanga a lastroni potrebbe verificarsi su un pendio dolce, lasciando poche tracce. Con l’aiuto di simulazioni al computer, mostriamo che l’impatto di un lastrone nevoso può causare lesioni simili a quelle osservate. E poi c’è il ritardo temporale tra il taglio del pendio e l’inizio dell’evento. Quello è il punto centrale del nostro articolo”, spiega Gaume.

Il meccanismo è questo: scavando la piattaforma per la tenda, il gruppo aveva tagliato il manto nevoso del pendio sottostante. I venti catabatici — venti che spingono l’aria dall’alto verso il basso — furono il fattore chiave. Questi venti, soffiando per ore sul taglio, depositarono uno strato di neve compatta sopra la tenda. Quando quel peso raggiunse un valore critico, il lastrone si distaccò — ore dopo, nel pieno della notte — colpendo gli occupanti ancora nel sacco a pelo.

Elemento del casoSpiegazione scientifica proposta
Tenda tagliata dall’internoFuga d’emergenza dopo l’impatto del lastrone di neve
Corpi trovati senza vestiti adeguatiSpogliamento paradossale da ipotermia avanzata
Fratture interne senza lesioni esterneImpatto del lastrone di neve, simulato con modelli biomeccanici
Assenza di tracce visibili di valangaLastrone di piccole dimensioni su pendio dolce, poca neve residua
Ritardo tra accampamento e eventoDeposito progressivo di neve per venti catabatici sul taglio

Fonte: Gaume J., Puzrin A.M., “Mechanisms of slab avalanche release and impact in the Dyatlov Pass incident in 1959”, Communications Earth & Environment, 28 gennaio 2021, DOI: 10.1038/s43247-020-00081-8.

Igor Dyatlov© cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
Igor Dyatlov

Lo spogliamento paradossale: perché erano quasi nudi

Tra i dettagli più perturbanti della scena, alcuni corpi indossavano solo la biancheria intima nonostante le temperature polari. Per decenni, questo era stato uno degli argomenti usati da chi sosteneva che qualcosa di non naturale fosse avvenuto.

Medici e biologi chiarirono che si trattava di un fenomeno noto come paradoxical undressing, un fenomeno legato all’ipotermia. Quando il corpo perde calore rapidamente, può insorgere uno stato di confusione mentale che porta a percepire una falsa sensazione di caldo, inducendo la vittima a togliersi i vestiti.

Questo comportamento si manifesta nel 25% dei morti per ipotermia. In tale fase, che tipicamente si verifica nel passaggio tra uno stato di ipotermia moderato a uno grave, mentre il soggetto diventa disorientato, confuso e aggressivo, tende a strapparsi i vestiti di dosso avvertendo una falsa sensazione di calore superficiale e finendo così per accelerare la perdita di calore corporeo.

Il fenomeno è documentato in letteratura medica ed è noto ai medici legali. Non è un dettaglio inspiegabile: è una risposta fisiologica ben descritta nelle fasi terminali dell’assideramento.

Cosa dice la comunità scientifica e cosa resta aperto

Dopo tre spedizioni, è ormai chiaro che le valanghe non sono un evento eccezionale al passo Dyatlov.. Dopo la pubblicazione del 2021, tre spedizioni successive — due nell’estate e nell’inverno 2021, una nel gennaio 2022 — hanno portato ricercatori sul posto con droni per misurare l’inclinazione del pendio. I rilievi hanno confermato che l’angolo supera i 30 gradi nella zona sopra il campo, soglia sufficiente per il distacco di un lastrone.

Puzrin afferma: “Credo che non saremo mai assolutamente certi di cosa sia accaduto al Dyatlov Pass, ma questo riafferma la mia fede nella scienza”.

Rimane aperto un punto: le fratture riportate da tre dei quattro escursionisti trovati nella gola erano di tipo grave — costole e cranio — con una forza che il medico legale dell’epoca paragonò a quella di un incidente stradale. I corpi non mostravano ferite esterne, come se fossero stati schiacciati da una elevatissima pressione. Il modello di Gaume e Puzrin dimostra che un lastrone di neve può generare pressioni di quella entità, ma alcuni ricercatori ritengono che le simulazioni biomeccaniche richiedano ulteriore validazione sperimentale.

Puzrin e Gaume riconoscono che i parenti delle vittime potrebbero avere difficoltà ad accettare la loro ipotesi, perché suppone che in qualche modo gli escursionisti siano stati responsabili della propria morte. Un peso psicologico che spiega, almeno in parte, la resistenza emotiva a una spiegazione che pure la comunità scientifica internazionale ha accolto come la più solida disponibile.

Sessantasei anni dopo, il Passo Dyatlov resta uno dei casi più studiati nella storia dell’alpinismo. Non perché la risposta manchi, ma perché la risposta — semplice, fisica, umana — è più difficile da accettare delle teorie straordinarie che l’hanno preceduta.

Perché le autorità sovietiche non spiegarono cosa era accaduto?

L’URSS nel 1959 era in piena Guerra Fredda e qualsiasi incidente montano in zona remota veniva trattato con riservatezza istituzionale. Gli archivi ufficiali furono desecretati solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’indagine originale fu chiusa in pochi mesi con una formula generica — “forza della natura” — senza che i documenti forensi fossero mai resi pubblici. Questa opacità ha alimentato per decenni le teorie del complotto.

Perché la valanga non fu notata dai primi soccorritori?

Lo studio di Gaume e Puzrin risponde esattamente a questo punto. Il modello prevede un lastrone di piccole dimensioni su un pendio relativamente dolce: un evento che lascia poche tracce visibili, soprattutto dopo settimane di neve e vento. Le successive spedizioni con droni hanno misurato inclinazioni superiori ai 30 gradi nel punto critico, sufficienti per il distacco, ma non abbastanza ripide da produrre il canalone di neve che ci si aspetterebbe da una grande valanga.

La tenda fu davvero tagliata dall’interno?

Sì, è uno dei pochi dati certi confermati dalle indagini originali. I tagli erano compatibili con un coltello o uno strumento da taglio usato dall’interno verso l’esterno, il che indica che gli escursionisti uscirono deliberatamente in condizioni di emergenza, non che fossero stati trascinati fuori. Questo comportamento è coerente con una fuga improvvisa dopo un impatto fisico violento mentre si trovavano nel sacco a pelo.

Cosa si sa delle tracce di radioattività trovate su alcuni indumenti?

Alcuni degli indumenti recuperati dai quattro escursionisti trovati nella gola presentarono livelli di radioattività superiori alla norma. L’ipotesi più accreditata tra gli investigatori è che si trattasse di contaminazione avvenuta durante il lavaggio degli indumenti con acqua di un torrente localmente contaminato, oppure di residui da precedenti attività di campo dell’epoca. Non è mai emerso alcun elemento che collegasse la radioattività alla causa della morte.

Yuri Yudin, l’unico sopravvissuto, ha mai saputo cosa era accaduto?

Yuri Yudin tornò indietro il 28 gennaio 1959 per via di una malattia, salvandosi senza saperlo. Visse fino al 2013 e partecipò attivamente al mantenimento della memoria del gruppo Dyatlov, sostenendo la necessità di riaprire le indagini. Quando nel 2019 la Procura russa le riaprì ufficialmente, Yudin era già morto da sei anni. Non vide mai la spiegazione scientifica pubblicata nel 2021.

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Crediti fotografici


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Scritto da

Walter Giannò è giornalista e diettore responsabile di Cose dell'Altro Mondo. Con anni di esperienza nel giornalismo digitale, coordina la redazione e supervisiona i contenuti del magazine.

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