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Ronzio

The Hum: cos’è il ronzio misterioso che (quasi) nessuno è riuscito sinora a spiegare

Teresa Pitrola 4 settimane fa 0

Da oltre cinquant’anni, in decine di città sparse per il mondo, un piccolo gruppo di persone riferisce di percepire un rumore che nessun altro sembra sentire: un ronzio basso, continuo, simile al motore di un camion lasciato acceso in lontananza. Lo chiamano semplicemente “The Hum”, il ronzio, ed è uno dei fenomeni acustici più studiati e insieme meno risolti della scienza contemporanea. 

Le prime segnalazioni documentate risalgono ai primi anni Settanta a Bristol, in Inghilterra, quando i giornali locali cominciarono a ricevere lettere di lettori esasperati da un rombo che sembrava provenire dal nulla. Da lì il fenomeno si è diffuso, o meglio è stato riconosciuto, in molte altre città britanniche come Hythe, Plymouth, Southampton, Swansea e Londra, per poi essere segnalato anche negli Stati Uniti — celebri i casi di Taos, in New Mexico, e di Kokomo, in Indiana, negli anni Novanta — così come in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e in diverse città europee, tra cui Oslo. 

Nella maggior parte dei casi il fenomeno colpisce aree densamente popolate, anche se il caso di Taos, in pieno deserto del New Mexico, resta una vistosa eccezione a questa regola.

Le caratteristiche: frequenza, orari, sensazioni

Chi lo percepisce lo descrive quasi sempre allo stesso modo: un suono grave, persistente, a bassa frequenza, che si manifesta come un ronzio, un rombo sordo o un drone continuo, spesso paragonato a un motore diesel lasciato al minimo in lontananza. 

Le frequenze registrate variano da un caso all’altro: a Bristol, negli anni Settanta, i primi rapporti indicavano un suono attorno ai 50 Hertz, mentre a Taos le misurazioni hanno oscillato tra i 32 e gli 80 Hertz, un intervallo che si colloca proprio al limite inferiore dell’udito umano, in una zona di confine con gli infrasuoni. 

Un’altra caratteristica ricorrente è la variazione nel tempo: il fenomeno viene tipicamente percepito come più intenso di notte rispetto al giorno, e più forte al chiuso che all’aperto, un dettaglio che ha alimentato sia le ipotesi ambientali sia quelle legate alla percezione individuale. 

Le reazioni di chi lo sente sono tutt’altro che uniformi: alcuni descrivono una sensazione neutra o persino di conforto, altri riferiscono fastidio crescente, difficoltà a prendere sonno, pressione alle orecchie, mal di testa e, nei casi più gravi documentati a Taos, anche episodi di epistassi.

Il profilo degli “hearers”

Contrariamente a quanto suggerisce spesso la narrazione popolare del fenomeno — che parla di un fantomatico 1% della popolazione dotato di un udito fuori dal comune — le stime più recenti, raccolte attraverso sondaggi internazionali, indicano una percentuale leggermente più ampia: tra il 2 e il 4% della popolazione mondiale riferisce di aver sentito il Hum almeno una volta, ovvero, su scala globale, qualche centinaio di milioni di persone. A Taos, nello specifico, la quota di residenti che dichiara di percepirlo si aggira intorno al 2%. 

Per anni si è pensato che questi “hearers” fossero semplicemente persone dotate di una sensibilità uditiva superiore alla media nelle frequenze più basse, ma uno studio scientifico pubblicato nel 2026 ha messo in discussione anche questa spiegazione: su un campione di alcune decine di adulti che riferivano di percepire il suono, reclutati anche attraverso i social media, solo due partecipanti mostravano una sensibilità uditiva alle basse frequenze superiore alla norma. Il profilo di chi sente il Hum, insomma, resta oggi meno definito di quanto si pensasse un tempo, e proprio questa scarsa uniformità è uno degli elementi che rende il fenomeno così difficile da inquadrare con un’unica spiegazione.

Le indagini scientifiche condotte

Nel corso dei decenni il Hum è stato oggetto di numerose indagini, sia locali sia di respiro accademico internazionale, quasi sempre senza una conclusione definitiva. 

Le prime ricerche si sono concentrate sul tentativo di registrare fisicamente il suono con microfoni, sismografi e antenne per le frequenze VLF (a frequenza molto bassa), spesso senza risultati: in molti casi il rumore percepito dai residenti non veniva rilevato da nessuno strumento, un dato che di per sé ha alimentato sia le ipotesi scettiche sia quelle più legate a una possibile origine interna all’organismo. 

La svolta più recente arriva da uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica PLOS One, condotto da un gruppo di ricerca del German Center for Vertigo and Balance Disorders di Monaco, guidato da Bonifaz Baumann e Markus Drexl, in collaborazione con la Norwegian University of Science and Technology. I ricercatori hanno sottoposto i volontari a un esame audiologico standard focalizzato sulle basse frequenze e a una misurazione delle emissioni otoacustiche, effettuata con microfoni miniaturizzati inseriti nel canale uditivo, per verificare se il suono avesse un’origine meccanica interna all’orecchio. Il risultato più significativo è stato che nessuno dei partecipanti presentava emissioni otoacustiche spontanee al di sotto dei 900 Hertz, un dato che sposta l’attenzione dall’orecchio interno verso il modo in cui il cervello elabora i segnali acustici molto gravi. 

Come ha sintetizzato Markus Drexl, ancora oggi si sa sorprendentemente poco su “come il sistema uditivo gestisca ed elabori il suono a bassa frequenza o gli infrasuoni”, un limite che continua a rendere difficile chiudere definitivamente la questione.

Le ipotesi: origine industriale, geologica, neurologica

Nel tempo sono state proposte tre grandi famiglie di spiegazioni. La prima è di tipo industriale o antropogenico, e riconduce il fenomeno a fonti concrete come impianti di ventilazione, pompe di calore, compressori, traffico veicolare, parchi eolici o oleodotti ad alta pressione, capaci di generare vibrazioni a bassa frequenza percepibili anche a grande distanza dalla fonte. 

La seconda ipotesi è di natura geologica o ambientale, e chiama in causa fenomeni naturali come il moto ondoso oceanico, particolari condizioni del vento o micro-vibrazioni del terreno; l’ipotesi, un tempo popolare, di una correlazione con la corrente a getto (il jet stream) è stata invece rapidamente scartata dagli studi successivi. 

La terza ipotesi, oggi la più accreditata alla luce delle ricerche più recenti, è di tipo neurologico: secondo questa lettura, in molti casi il Hum non sarebbe un suono esterno reale, ma una forma di acufene soggettivo a bassa frequenza, ovvero un segnale generato internamente dal sistema uditivo o dal cervello, percepibile solo da chi lo produce e per questo non registrabile da alcuno strumento esterno. Gli stessi ricercatori tedeschi e norvegesi sottolineano però che questa spiegazione, per quanto solida, sembra dar conto di “molti casi segnalati, ma non di tutti”, lasciando aperta la possibilità che dietro l’etichetta unica di “Hum” si nascondano in realtà fenomeni di origine diversa.

Il caso di Taos, New Mexico

Il caso più celebre e meglio documentato resta quello di Taos, cittadina del New Mexico alle porte del deserto, dove le prime segnalazioni informali risalgono già all’Ottocento, legate nella tradizione locale a un misterioso “canto della montagna”. La vicenda moderna esplode però nei primi anni Novanta, quando un numero crescente di residenti comincia a lamentare un ronzio persistente, percepito soprattutto di notte, con effetti che vanno da una vaga sensazione di disagio fino a disturbi del sonno, pressione alle orecchie, cefalee e, in alcuni casi, epistassi. 

Nel 1993 un gruppo di cittadini esasperati arriva a presentare una petizione al Congresso degli Stati Uniti per chiedere un’indagine ufficiale. La risposta arriva nel 1997, quattro anni dopo, quando viene inviata sul posto una squadra di una dozzina tra ricercatori e scienziati provenienti da alcune delle istituzioni più autorevoli del paese: l’Università del New Mexico, i Sandia National Laboratories, il Phillips Air Force Laboratory e il Los Alamos National Laboratory. Nonostante la strumentazione avanzata a disposizione, il team non riesce a individuare la fonte del rumore: il suono non viene rilevato né da microfoni né da antenne per le basse frequenze, un elemento che porta gli investigatori a scartare le ipotesi più semplici legate a fonti elettromagnetiche o di comunicazione militare convenzionali. Tra le teorie discusse, mai confermate in modo conclusivo, ci sono variazioni del vento nel vicino canyon del Rio Grande e fenomeni elettromagnetici di origine naturale. Quasi trent’anni dopo, il mistero del Taos Hum resta ufficialmente irrisolto, ed è tuttora citato dagli scienziati come uno dei casi di riferimento per chiunque provi ad affrontare l’enigma, ancora aperto, di questo ronzio che poche persone sentono, ma che nessuno è finora riuscito a spiegare fino in fondo.

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