Il digiuno intermittente non offre benefici superiori rispetto alle diete convenzionali nella perdita di peso e i risultati sulla bilancia sono modesti: circa il 3% del peso corporeo, al di sotto del 5% considerato clinicamente significativo. È quanto emerge da una revisione di 22 studi pubblicata nel Cochrane Database of Systematic Reviews nel 2026 e coordinata da Luis Garegnani, direttore dell’Ospedale universitario italiano di Buenos Aires. Per chi punta a dimagrire, il messaggio è chiaro: non esiste un vantaggio competitivo rispetto alle strategie tradizionali.
La revisione, condotta nell’ambito della Cochrane Collaboration, ha analizzato dati provenienti da quasi 2.000 partecipanti tra Europa, Nord America, Cina, Australia e Sud America. I ricercatori hanno confrontato diverse modalità di digiuno intermittente con regimi alimentari classici in soggetti sovrappeso o obesi.
Cos’è davvero il digiuno intermittente
«Il digiuno intermittente è un approccio relativamente nuovo alla perdita di peso», spiegano i ricercatori. «Si tratta di periodi in cui le persone mangiano poco o nessun cibo (digiuno), seguiti da periodi in cui mangiano normalmente. Esistono diversi tipi di digiuno intermittente, come mangiare solo durante un determinato orario ogni giorno, il digiuno in determinati giorni della settimana o l’alternanza tra giorni in cui si mangia normalmente e giorni in cui si mangia molto poco».
Tra gli schemi più diffusi:
- Finestra alimentare 8 ore con 16 ore di digiuno.
- Restrizione calorica due giorni a settimana.
- Alternanza di giorni normali e giorni a calorie fortemente ridotte.
I sostenitori attribuiscono al digiuno intermittente benefici su perdita di peso, prevenzione di malattie metaboliche e cardiovascolari, protezione cerebrale e riduzione del rischio tumorale. Alcuni hanno ipotizzato persino un allungamento della vita. Tuttavia, le evidenze scientifiche non confermano un vantaggio specifico rispetto alla semplice riduzione calorica.
I risultati della revisione Cochrane
| Parametro | Digiuno intermittente | Diete tradizionali |
|---|---|---|
| Perdita peso media | ~3% | Simile |
| Soglia clinicamente significativa | <5% | ~5% |
| Qualità di vita percepita | Nessuna differenza | Nessuna differenza |
| Superiorità dimagrante | Non dimostrata | — |
Analisi: la perdita di peso è minima e non differisce in modo rilevante dalle diete convenzionali. Non emergono miglioramenti nella qualità di vita riferita dai partecipanti.
Luis Garegnani ha dichiarato: «Il digiuno intermittente non sembra funzionare per gli adulti in sovrappeso o obesi che cercano di perdere peso». E ha aggiunto: «Può essere un’opzione ragionevole per alcune persone, ma le prove attuali non giustificano l’entusiasmo che vediamo sui social media».
I limiti scientifici
La revisione evidenzia criticità metodologiche frequenti negli studi sul digiuno intermittente:
- Campioni ridotti.
- Durata limitata delle ricerche.
- Difficoltà nel confrontare schemi di digiuno molto diversi tra loro.
Secondo Maik Pietzner, Professore di modellazione dei dati sanitari presso l’Istituto di Salute di Berlino della Charité: «I nostri corpi si sono evoluti in condizioni di costante scarsità di cibo e riescono a gestire molto bene periodi prolungati senza di esso, ma ciò non significa che le nostre prestazioni siano migliori, una volta che questi schemi conservati dall’evoluzione entrano in funzione».
Un altro elemento da considerare: durante il digiuno alcune persone riducono spontaneamente l’attività fisica, limitando l’impatto sul dispendio energetico complessivo.
L’altra evidenza: alimenti ultra-processati e mortalità oncologica
Parallelamente, uno studio dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Isernia), sostenuto dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention dell’American Association for Cancer Research, sposta l’attenzione su un altro tema nutrizionale decisivo.
I ricercatori hanno analizzato oltre 24mila persone con pregressa diagnosi di tumore. Tra chi consumava elevate quantità di alimenti ultra-processati è stato osservato:
- +59% di mortalità specifica per tumore
- +48% di mortalità per tutte le cause
Gli alimenti ultra-processati sono spesso poveri di nutrienti essenziali come vitamine, minerali e fibre e contengono additivi introdotti durante la lavorazione industriale.
«Ciò che le persone mangiano dopo una diagnosi di cancro può influenzare la sopravvivenza – dice Marialaura Bonaccio, autrice principale dell’articolo – ma la maggior parte delle ricerche condotte su questa popolazione si è concentrata solo sui nutrienti e non sul grado di trasformazione degli alimenti».
«Il messaggio principale per il pubblico – commenta Licia Iacoviello, responsabile dell’unità di Epidemiologia e prevenzione del Neuromed e ordinaria di Igiene all’Università LUM di Casamassima – è che il consumo complessivo di alimenti ultra-processati è molto più rilevante del singolo alimento. Concentrarsi sull’insieme della dieta, riducendo complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i consumi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa, rappresenta l’approccio più significativo e vantaggioso per la salute».
Come riconoscere un alimento ultra-processato
Indicazione pratica fornita dai ricercatori:
- Più di cinque ingredienti in etichetta.
- Presenza anche di un solo additivo alimentare.
In questi casi l’alimento è probabilmente ultra-processato.
FAQ
Il digiuno intermittente fa dimagrire?
Sì, ma in modo modesto: circa il 3% del peso corporeo.
È più efficace delle diete tradizionali?
No, la revisione Cochrane non mostra vantaggi significativi.
Gli alimenti ultra-processati incidono sulla mortalità?
Sì, nei pazienti oncologici sono associati a un aumento del rischio fino al +59%.
Come riconoscerli?
Controllando etichette con molti ingredienti o additivi.
Crediti fotografici
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