C’è una data che per i greci d’Asia Minore pesa come poche altre nella storia del Novecento: il 13 settembre 1922. Quel giorno un incendio devastò Smirne, la grande città portuale sulla costa egea dell’Anatolia, cancellando in poche ore secoli di convivenza multietnica e aprendo una ferita che, cento anni dopo, non si è ancora rimarginata del tutto.
In questo articolo
Una storia iniziata tremila anni prima
Prima di essere sinonimo di tragedia, Smirne era sinonimo di antichità e prosperità. Il più antico insediamento nell’area dell’odierna Izmir fu Yeşilova Höyük, fondato nel 6500 a.C. e fiorito fino al 4000 a.C. Ma è con l’arrivo dei greci che la città comincia davvero a prendere forma: il primo insediamento umano a Smirne può risalire al III millennio a.C. e si pensa che il suo sviluppo sia coinciso con quello di Troia. Alla fine del IX secolo a.C. i greci eoli fondarono qui un insediamento fortificato, e passata sotto il controllo di Mileto, Smirne fondò diverse colonie in Libano, Siria, Grecia e lungo le sponde del Mar Nero, trasformandosi da piccolo villaggio in una vivace e ricca città commerciale. La tradizione vuole che proprio da queste terre, o dalla vicina Chio, provenisse Omero.
Nei secoli la città cambiò più volte padrone: distrutta dai persiani, fu rifondata nel 333 a.C. da Alessandro Magno, per passare poi sotto i romani nel 133 a.C. Un terremoto la rase al suolo nel 178 d.C., ma venne ricostruita da Marco Aurelio. Bizantini, genovesi e infine ottomani si succedettero al suo governo, fino a farne, in età moderna, uno dei grandi empori del Mediterraneo orientale.
Una Babele sull’Egeo: chi viveva a Smirne
Nel primo Novecento Smirne non era una città turca, né greca, né europea: era tutte queste cose insieme. Sotto il dominio ottomano era diventata uno dei più importanti scali commerciali, terminale delle piste carovaniere dall’Asia e porto verso il Mediterraneo, con una popolazione che rappresentava il modello tipico della società levantina multietnica e multiconfessionale, dove chiunque parlava, seppur male, una mezza dozzina di lingue diverse. Non a caso i turchi la chiamavano gâvur Izmir, “la Smirne infedele”, per l’altissima percentuale di abitanti non musulmani.
La geografia urbana raccontava questa stratificazione. Gli europei, soprattutto francesi, italiani e austriaci, abitavano lungo il mare nel cosiddetto quartiere franco; dietro di loro, verso l’interno, si trovava il quartiere greco, mentre quello turco s’appoggiava alla cittadella; il quartiere ebraico stava tra questo e il mare, e quello armeno era retrostante al quartiere greco. Alla vigilia della catastrofe la città contava 370.000 abitanti di varie culture: i greci erano la componente numericamente prevalente con 165.000 unità, seguiti dai turchi (80.000), dagli ebrei (55.000) e dagli armeni (40.000).
Il rogo del settembre 1922: una tragedia dalle cause ancora poco chiare
Per capire l’incendio bisogna partire dalla guerra greco-turca. Il 9 settembre 1922 le truppe kemaliste raggiunsero Smirne mettendo in fuga l’esercito greco; la mattina del 13 scoppiò un violento incendio nel quartiere armeno della città, che si estese rapidamente causando danni ingentissimi. Il rogo distrusse gli antichi quartieri greco e armeno, insieme a quello “franco” degli europei, italiani compresi, mentre i quartieri turco ed ebraico rimasero intatti, un dettaglio che da subito alimentò i sospetti sulla matrice dolosa dell’incendio.
Le responsabilità restano, ancora oggi, oggetto di controversia storiografica. L’esercito turco guidato da Nureddin Pascià, entrato in città quattro giorni prima, aveva come obiettivo lo sterminio della popolazione cristiana smirniota, e gli ordini contrari di Mustafa Kemal Atatürk vennero ignorati sia dall’esercito che dallo stesso Nureddin. Lo storico britannico Arnold Toynbee, testimone diretto degli eventi, raccontò di aver visto le truppe turche incendiare le abitazioni una a una. Ma non mancano le tesi opposte: alcune fonti attribuiscono l’incendio ai greci in ritirata, secondo la tattica della terra bruciata, e la questione fu tanto delicata da finire persino nelle aule dei tribunali, con le compagnie assicurative italiane ed europee chiamate a rispondere dei danni e a discutere se il sinistro fosse “fatto di guerra” o meno, come emerge dai carteggi diplomatici dell’epoca legati alla Conferenza di Losanna.
I massacri, la fuga, l’esodo
Prima ancora delle fiamme, la città aveva già conosciuto l’orrore. Il metropolita ortodosso Crisostomo di Smirne, che aveva rifiutato di fuggire con le truppe greche, venne linciato sulla pubblica piazza: gli furono tagliati orecchie, mani e naso mentre veniva sgozzato con un coltello. Le stime delle vittime variano molto a seconda delle fonti, ma restano imponenti: le morti stimate di greci e armeni vanno da 10.000 a 100.000, mentre le ricostruzioni più citate parlano di 30.000 cristiani morti tra le fiamme, massacrati o annegati nel tentativo di raggiungere il mare, e di 250.000 persone che riuscirono a fuggire. Winston Churchill definì quei giorni “un’orgia infernale”. L’anno successivo, il Trattato di Losanna sancì lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia: circa un milione e mezzo di persone lasciò le terre dell’attuale Turchia per la Grecia, chiudendo per sempre l’epoca della Smirne cosmopolita. In Grecia l’intera vicenda è ricordata come la “Catastrofe dell’Asia Minore”.
Onassis, il ragazzo che perse tutto e ricominciò da zero
Aristotele Onassis, il futuro magnate degli armatori, visse sulla propria pelle la distruzione di Smirne. Nacque il 15 gennaio 1906 a Karataş, un sobborgo di Smirne, da una famiglia greca benestante il cui padre, Socrate, era un commerciante di tabacco. Quando la città cadde, la famiglia Onassis fu travolta dalla stessa furia che colpì decine di migliaia di famiglie greche e armene: nel 1922, quando l’esercito turco bruciò i quartieri armeni e greci di Smirne, la famiglia perse tutto, compresi molti parenti uccisi.
Gli Onassis furono costretti a fuggire ad Atene, perdendo quasi tutti i propri beni, e grazie ai contatti del padre nel settore del tabacco, Aristotele e una delle sorelle riuscirono a imbarcarsi su una nave diretta in Argentina, nel 1923. In tasca aveva solo 60 dollari. Lui stesso, secondo i suoi biografi, avrebbe sempre indicato in quel trauma adolescenziale la radice della sua incontenibile ambizione.
Cosa resta di Smirne oggi
Oggi Smirne si chiama İzmir ed è, con oltre 4.224.000 abitanti, la terza città della Turchia dopo Istanbul e Ankara, un importante polo industriale, portuale e turistico. Della città multietnica raccontata dai sopravvissuti resta poco in termini fisici — il centro storico fu in gran parte ricostruito dopo l’incendio, con nuovi quartieri moderni e ampi viali — ma la memoria e alcune tracce comunitarie sopravvivono. Il quartiere di Alsancak ospitò dal Settecento fino alla nascita della Repubblica una numerosa comunità italiana, e la città è oggi sede della seconda comunità ebraica più numerosa della Turchia dopo Istanbul, stimata in circa 2.500 membri e tradizionalmente concentrata nel quartiere di Karataş, lo stesso sobborgo dove nacque Onassis.
Negli ultimi anni è nata anche un’associazione dedicata a questa eredità sommersa: l’Associazione dei Levantini di Izmir, che riunisce i discendenti di italiani, francesi, greci e inglesi stabilitisi in città nel corso dei secoli, con l’obiettivo di studiare e conservare l’eredità culturale, artistica e architettonica dei gruppi etnici e religiosi che hanno vissuto a Izmir, e che punta a realizzare un museo dedicato proprio a questa memoria collettiva. Resta, sullo sfondo, una tensione mai del tutto sopita tra Grecia e Turchia: ogni anniversario dell’incendio — come ha ricordato nel 2022 il premier greco Kyriakos Mitsotakis in occasione del centenario, parlando di una “tragedia indicibile” — riporta a galla una storia che i discendenti degli smirnioti, riuniti da decenni in associazioni della diaspora, continuano a custodire perché, come dicono loro stessi, non accada mai più.
FAQ – Domande e risposte
Quando fu fondata Smirne?
Il primo insediamento risale al III millennio a.C., mentre i greci eoli fondarono un abitato fortificato alla fine del IX secolo a.C. La città fu poi rifondata da Alessandro Magno nel 333 a.C. e ricostruita da Marco Aurelio dopo il terremoto del 178 d.C.
Chi viveva a Smirne prima dell’incendio del 1922?
Una popolazione multietnica di 370.000 abitanti: 165.000 greci, 80.000 turchi, 55.000 ebrei e 40.000 armeni, divisi in quartieri distinti (franco, greco, turco, ebraico, armeno).
Cosa provocò l’incendio di Smirne?
Le cause restano controverse. Molte fonti attribuiscono il rogo del 13 settembre 1922 all’esercito turco entrato in città quattro giorni prima; altre lo collegano alla tattica della terra bruciata dei greci in ritirata.
È vero che Aristotele Onassis fuggì da Smirne dopo aver perso tutto?
Sì. La sua famiglia, benestante grazie al commercio del tabacco, perse quasi tutti i beni e diversi parenti nel 1922. Onassis riparò prima ad Atene, poi in Argentina nel 1923 con appena 60 dollari in tasca.
Cosa resta oggi di Smirne?
La città, oggi İzmir, conserva tracce della sua eredità multietnica nella comunità ebraica di Karataş e nell’Associazione dei Levantini di Izmir, ma il tessuto cosmopolita originario fu di fatto cancellato dallo scambio di popolazioni del 1923.
🌍 Le notizie di Cose dell'Altro Mondo direttamente sul tuo telefono
Iscriviti al nostro canale WhatsApp o Telegram — gratis, senza spam, puoi uscire quando vuoi.
Crediti fotografici
- Smirne: © cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
Scopri di più da Cose dell'Altro Mondo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

L’effetto Dunning-Kruger: il boom per colpa dei social
Il bambino che ricordava una vita precedente: i casi studiati dall’Università della Virginia
Białowieża, la foresta incantata d’Europa: tra scienza e leggenda nell’ultimo lembo di natura primordiale
DNA umano ritrovato per la prima volta su pareti di grotte preistoriche: la scoperta che riscrive l’archeogenetica
L’Orologio dell’Apocalisse più vicino che mai a mezzanotte
Dentro la prima atomica si nascondeva un cristallo sconosciuto: la scoperta italiana dopo 80 anni