Il 27 aprile 2026, la giudice Jessica Peterson del Clark County District Court di Las Vegas ha pronunciato la sentenza, molto attesa, di un processo durato anni: ergastolo con possibilità di libertà condizionale non prima di 37 anni per Nathan Chasing Horse, 49 anni, nativo americano noto al grande pubblico per aver interpretato il giovane Sioux Lakota Smiles a Lot nel film “Balla coi lupi” di Kevin Costner.
Una giuria di Clark County lo aveva dichiarato colpevole, in gennaio, di 13 dei 21 capi d’imputazione a suo carico, tra cui più conteggi di violenza sessuale su minore di 16 anni.
Le vittime riconosciute dal processo sono tre donne indigene. Una di loro, Corena Leone-LaCroix, aveva 14 anni al momento del primo abuso.
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Il dolore delle vittime
L’udienza di condanna è stata una sequenza di dichiarazioni che nessun verdetto scritto avrebbe potuto restituire per intero. Siera Begaye ha detto al tribunale che Chasing Horse le aveva sottratto la sua innocenza: “Invece di lasciarmi crescere come persona, ha cercato di plasmarmi a suo piacimento e controllo”.
Leone-LaCroix ha detto: “Non c’è modo di recuperare la giovinezza, l’infanzia perduta, la mia prima volta, il mio primo bacio, la cerimonia di diploma che non ho mai potuto vivere”.
Il meccanismo degli abusi: rituali, minacce e controllo spirituale
I procuratori del Nevada hanno descritto Chasing Horse come un uomo che per quasi vent’anni aveva costruito una rete di abusi sfruttando la sua reputazione di medicine man Lakota per farsi strada tra le comunità native. Il meccanismo documentato dall’accusa era preciso: Chasing Horse avvicinava le vittime attraverso cerimonie di guarigione, si guadagnava la fiducia delle famiglie, poi usava la spiritualità come strumento coercitivo.
Nel caso di Leone-LaCroix, avrebbe detto alla quattordicenne che gli spiriti volevano che perdesse la verginità per salvare sua madre, malata di cancro. Dopo l’aggressione, l’avrebbe minacciata: se avesse parlato, la madre sarebbe morta. Non si trattava di un episodio isolato. Secondo quanto emerso al processo, le aggressioni sono proseguite per anni.
“The Circle”
Il gruppo da lui fondato, noto come “The Circle”, era presente in più Stati americani, tra cui Montana, South Dakota e Nevada, e aveva esteso la sua rete fino in Canada. Secondo l’atto di accusa, alcuni fedeli avevano offerto le proprie figlie minorenni come mogli al leader spirituale. Una ragazza di quindici anni sarebbe stata data “in dono” a Chasing Horse; un’altra lo avrebbe sposato al compimento dei sedici anni. L’uomo è anche accusato di aver registrato tramite video le aggressioni e di aver organizzato rapporti sessuali tra le vittime e altri uomini, ricavandone denaro.
La sentenza: ogni vittima contabilizzata separatamente
La giudice Peterson ha strutturato la pena in modo da rispecchiare il peso individuale delle violenze su ciascuna vittima. I procuratori William Rowles e Bianca Pucci hanno dichiarato: “Era importante garantire che ogni vittima fosse rappresentata in modo separato e distinto nella sentenza. L’imputato deve essere ritenuto responsabile verso ciascuna vittima individualmente”.
Il procuratore distrettuale di Clark County, Steve Wolfson, ha aggiunto che l’esito “riflette la forza delle vittime che si sono fatte avanti, il lavoro instancabile delle forze dell’ordine e di tutti coloro coinvolti”. La difesa, rappresentata dall’avvocato Craig Mueller, aveva tentato fino all’ultimo di ribaltare il verdetto, sostenendo che due delle vittime avessero ricevuto un risarcimento dal programma Nevada Victims of Crime pari a 5.000 dollari, configurandolo come una sorta di compenso per la testimonianza. La giudice Peterson ha respinto la mozione, dopo che i procuratori hanno chiarito che i fondi, peraltro non ancora erogati, erano destinati a coprire eventuali spese terapeutiche non coperte dall’assicurazione delle vittime.
Chasing Horse ha continuato a negare
Chasing Horse ha continuato a negare ogni accusa. Guardando dritto davanti a sé durante la lettura delle dichiarazioni delle vittime, ha detto alla giudice: “Questa è un’ingiustizia”. Peterson ha dichiarato di essere rimasta colpita dal fatto che, nonostante le prove emerse al processo, l’imputato continuasse a non riconoscere nulla.
I procedimenti ancora aperti
La sentenza emessa in Nevada chiude una fase, ma non l’intera vicenda giudiziaria. L’arresto del 2023 aveva innescato una reazione a catena nelle comunità native americane, con le forze dell’ordine di altri Stati e del Canada che avevano avviato procedimenti paralleli. Quei processi sono ancora in corso. Chasing Horse deve rispondere anche di mandati di arresto per presunti reati in Montana e Canada. In caso di scarcerazione futura, sarà obbligato a registrarsi come sex offender ai sensi della legge del Nevada.
La vittima Siera Begaye, pur descrivendo quando subito come un trauma destinato a restare, ha chiuso la sua dichiarazione in aula con una frase che ha segnato l’udienza: “Sono ancora qui. Per molto tempo sono rimasta in silenzio. Oggi parlo per me e per coloro che meritano protezione. Il trauma che Nathan ha causato mi accompagnerà per sempre, ma non definirà il resto della mia vita”.
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Crediti fotografici
- Nathan Chasing Horse: © cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
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