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Richard Glossip

Trent’anni nel braccio della morte e tre “ultimi pasti”: Richard Glossip torna libero e commuove il mondo

Teresa Pitrola 2 mesi fa 0

Il 14 maggio 2026, Richard Glossip, 63 anni, ex detenuto del braccio della morte dell’Oklahoma, ha varcato per la prima volta le porte di un carcere da uomo libero, dopo quasi tre decenni di prigionia e tre pasti “della vigilia”. Ad attenderlo fuori dal centro di detenzione della contea di Oklahoma c’erano la moglie Lea, i suoi avvocati e una schiera di giornalisti. Visibilmente emozionato, con i capelli ormai grigi accarezzati dal vento, ha detto soltanto: “Sono davvero felice. È travolgente, ma allo stesso tempo straordinario”.

La libertà, per ora, ha un prezzo e dei vincoli precisi. La cauzione è stata fissata a 500mila dollari dalla giudice Natalie Mai della contea di Oklahoma, con condizioni severe: Glossip dovrà essere monitorato via GPS, potrà risiedere soltanto con la moglie nella loro abitazione, dovrà rispettare il coprifuoco dalle 22 alle 7 del mattino e non potrà consumare droghe né alcol, né contattare alcun testimone del caso. Ma dopo quasi trent’anni in prigione, anche queste ‘catene’, devono sembrare ali all’uomo che è andato vicino alla morte numerose volte. 

Richard Glossip: una vita ordinaria, poi l’abisso

Richard Eugene Glossip è nato il 9 febbraio 1963. Prima che la sua vita venisse stravolta da un omicidio e da un’accusa che ancora contesta, conduceva un’esistenza tutt’altro che straordinaria: lavorava come manager del Best Budget Inn, un motel di Oklahoma City di proprietà di Barry Van Treese, suo datore di lavoro. Un impiego di basso profilo, una quotidianità fatta di chiavi di camere, registrazioni di viaggiatori e piccoli problemi da risolvere.

La sera del 7 gennaio 1997, quella routine si spezzò per sempre. Van Treese fu picchiato a morte da Justin Sneed, allora diciannovenne, che viveva nel motel svolgendo lavori di manutenzione in cambio di un alloggio. Secondo le ricostruzioni processuali, Van Treese sembrava stesse diventando sospettoso nei confronti del suo manager a causa di alcuni ammanchi di denaro, e Sneed era stato lasciato vivere lì proprio da Glossip. Sneed ammise subito il crimine. Ma poi aggiunse qualcosa di più: disse che Glossip lo aveva pagato diecimila dollari per uccidere il titolare del motel. Inizialmente Glossip fu accusato come complice dopo il fatto, ma quando Sneed testimoniò che l’omicidio era stato commissionato da lui, l’accusa fu elevata a omicidio capitale. Glossip rifiutò un patteggiamento per l’ergastolo, insistendo sulla propria innocenza, e a quel punto i pubblici ministeri offrirono l’accordo a Sneed. Il risultato fu paradossale: l’uomo che aveva materialmente ucciso prese l’ergastolo, mentre quello che si dichiarava estraneo ai fatti fu condannato a morte.

Un processo costruito sulle sabbie mobili

Il caso di Glossip, fin dall’inizio, apparve fragile. La prima condanna, emessa nel 1998, fu annullata in appello nel 2001. Nel 2004 fu processato una seconda volta e nuovamente condannato a morte. La Corte d’Appello Penale dell’Oklahoma aveva definito il primo caso contro di lui “estremamente debole”.

Il motivo è semplice quanto inquietante: l’unica prova diretta della colpevolezza di Glossip era la testimonianza di Justin Sneed, che aveva ammesso di aver ucciso Van Treese ma aveva affermato di averlo fatto su ordine di Glossip in cambio di diecimila dollari. Nessun’altra prova materiale collegava Glossip al delitto. Secondo la decisione della Corte Suprema del 2025, i pubblici ministeri sapevano che Sneed aveva mentito durante il processo sul fatto di essere in cura per una condizione di salute mentale, e non avevano rivelato che stava assumendo litio per un disturbo bipolare. Una menzogna che avrebbe potuto cambiare tutto agli occhi della giuria.

Nove date di esecuzione, tre ultimi pasti

Quello che Glossip ha vissuto nei quasi trent’anni trascorsi nel braccio della morte dell’Oklahoma è qualcosa che supera ogni immaginazione. I tribunali dell’Oklahoma hanno fissato nove diverse date di esecuzione per lui, e si è trovato così vicino alla morte da consumare tre distinti “ultimi pasti”.

Il momento più drammatico fu nel 2015. Fu condotto in una cella adiacente alla camera delle esecuzioni, in attesa di essere legato a una barella. L’ora dell’esecuzione arrivò e passò: i funzionari del carcere si erano accorti che uno dei farmaci letali non era conforme ai protocolli. Un dettaglio burocratico aveva salvato la sua vita. Glossip ha raccontato in un’intervista alla CNN nel 2023: “Fa ancora paura. Farà sempre paura, finché non apriranno finalmente quella porta e non mi lasceranno andare”.

Nel 2022, un gruppo bipartisan di parlamentari dell’Oklahoma commissionò un’indagine indipendente in sua difesa, che concluse che “nessuna giuria ragionevole, esaminando l’intero fascicolo, condannerebbe Glossip per omicidio di primo grado”.

La Corte Suprema rovescia tutto

La svolta decisiva arrivò il 25 febbraio 2025. La Corte Suprema degli Stati Uniti annullò la condanna e la sentenza di morte di Glossip, dopo che la sua condanna era stata emessa nel 1998. Nella motivazione della sentenza, la giudice Sonia Sotomayor scrisse che i pubblici ministeri “sapevano che le dichiarazioni di Sneed erano false” e che, poiché la sua testimonianza era “l’unica prova diretta della colpevolezza di Glossip per omicidio capitale, la valutazione della credibilità di Sneed da parte della giuria era necessariamente determinante”. La Corte concluse che “vi è una ragionevole probabilità che correggere la testimonianza di Sneed avrebbe influenzato il verdetto della giuria”.

Un verdetto storico, che tuttavia non chiude il capitolo. I procuratori hanno deciso di procedere con un nuovo processo per omicidio di primo grado, anche se non chiederanno la pena di morte. La prossima udienza è fissata per il 23 giugno.

Kim Kardashian paga la cauzione

Glossip non ha dovuto raccogliere i cinquantamila dollari necessari per pagare la percentuale della cauzione da solo. È stata Kim Kardashian a pagare la somma per farlo uscire dal carcere, come confermato dalla sua addetta stampa Christy Welder. “Kim, insieme agli attivisti Scott Budnick e Jason Flom, lavora attivamente al caso di Richard dal 2013”, ha dichiarato la portavoce.

Glossip è uscito su cauzione. Nello specifico, la cauzione fissata dal giudice ammonta a 500.000 dollari. Tuttavia, nel sistema americano non è necessario pagare l’intera somma: ci si rivolge a un “bail bondsman” (una figura professionale che funge da garante) pagandogli una percentuale, di solito il 10%. In questo caso il bondsman ha applicato esattamente quella percentuale, quindi Kim Kardashian ha effettivamente versato 50mila dollari per garantire il rilascio di Glossip.

Non è la prima volta che la star si impegna in prima persona su temi di giustizia penale: nel corso degli anni ha sostenuto diversi casi di detenuti che riteneva essere stati condannati ingiustamente, studiando anche legge in parallelo.

Le reazioni negli Stati Uniti

Il caso Glossip ha rimescolato le carte politiche in un modo insolito per gli Stati Uniti: la sua causa è stata sostenuta da personalità di entrambi i partiti, nonché da celebrità come Kim Kardashian e il conduttore Dr. Phil. Susan Sarandon è un’altra delle figure pubbliche che nel tempo ha preso le sue difese.

Nel 2023, lo stesso procuratore generale dell’Oklahoma Gentner Drummond, pur senza proclamare l’innocenza di Glossip, aveva scritto in una lettera che le prove “non supportano la sua colpevolezza di omicidio di primo grado oltre ogni ragionevole dubbio”. Una presa di posizione eccezionale da parte di un rappresentante dell’accusa dello stesso Stato che per anni aveva cercato di mandarlo a morte.

Per i suoi avvocati, il nuovo processo presenterà ostacoli concreti: dall’epoca del crimine, alcuni testimoni sono morti e parte delle prove è andata persa o distrutta. Nonostante ciò, la difesa è fiduciosa. Come ha dichiarato l’avvocato Don Knight, Glossip “avrà finalmente la possibilità di avere il processo equo che gli è sempre stato negato”.

Per ora, Richard Glossip cammina libero per le strade di Oklahoma City. Con un braccialetto alla caviglia, certo. Ma fuori dal carcere dal quale, per trent’anni, ha chiesto di uscire. 

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Crediti fotografici


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