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Sarah Khalifa, conduttrice egiziana condannata a morte per traffico di droga

Da star della tv alla forca: la conduttrice Sarah Khalifa condannata a morte in Egitto

Teresa Pitrola 1 settimana fa 0

Sarah Khalifa, conduttrice televisiva egiziana nota al grande pubblico per il programma di cronaca nera “Mission Impossible” andato in onda sul canale privato Al-Mehwar, è stata condannata a morte per impiccagione insieme ad altre 11 persone da un tribunale penale del Cairo. La sentenza, pronunciata sabato 5 settembre 2026 al termine di un maxiprocesso che ha coinvolto complessivamente 28 imputati, arriva oltre un anno dopo il suo arresto, avvenuto nell’aprile 2025 nell’ambito di un’indagine su una rete dedita alla produzione e al traffico di droghe sintetiche.

Nove coimputati hanno ricevuto l’ergastolo, sette sono stati assolti, e i dodici condannati a morte — tra cui il fratello di Khalifa, Mohamed, accusato di produzione e sperimentazione delle sostanze — sono stati inoltre multati per 500.000 sterline egiziane.

La firma dell’appello e i prossimi passaggi legali

Il suo avvocato, Mohamed El-Gendy, ha annunciato che la difesa presenterà ricorso, sostenendo che la sentenza sia stata viziata da errori procedurali durante il processo e che debba essere considerata “come se non fosse mai esistita”. Secondo quanto riferito dai legali, Khalifa avrebbe dovuto firmare gli atti di appello martedì 15 settembre. Il percorso giudiziario che l’attende è stato modificato nel 2024, quando l’Egitto ha introdotto un vero doppio grado di giudizio per i reati di tipo criminale: oggi chi viene condannato può presentare ricorso davanti a un tribunale penale superiore, la Felony Appeals Court, che può riesaminare le prove, la ricostruzione accusatoria e il ruolo attribuito a ciascun imputato, confermando, modificando o annullando la condanna. Solo dopo questo passaggio sarebbe possibile un ulteriore ricorso alla Corte di Cassazione egiziana, che in caso di conferma definitiva rimetterebbe gli atti al ministro della Giustizia e, in ultima istanza, al presidente della Repubblica, unico soggetto che può concedere la grazia o commutare la pena.

I cannabinoidi sintetici

Le prime ricostruzioni della stampa egiziana avevano parlato di hashish sintetico, ma le analisi forensi presentate in aula hanno identificato le sostanze sequestrate come cannabinoidi sintetici, composti chimici di laboratorio che imitano alcuni effetti della cannabis ma risultano molto più potenti e imprevedibili. Tra queste, l’MDMB-4en-PINACA, definito dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga come un cannabinoide sintetico ad alto rischio, sottoposto a controllo internazionale dal 2021 dopo una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ne segnalava gravi effetti avversi e decessi correlati. Una commissione tecnica ha stabilito che la sostanza, pur non essendo elencata esplicitamente nella tabella egiziana degli stupefacenti controllati, rientrasse comunque nella normativa vigente per struttura chimica ed effetti simili a sostanze già vietate, un’interpretazione contestata dalla difesa ma accolta dal tribunale.

Il ruolo di Khalifa secondo l’accusa e le prove digitali

Secondo l’accusa, Khalifa avrebbe finanziato parte dell’operazione, viaggiato all’estero per incontrare i vertici della rete e fatto da tramite tra questi e altri membri in Egitto, agendo come “principale finanziatrice e collegamento” tra gli affiliati dentro e fuori dal Paese. L’inchiesta, partita nell’aprile 2025 dalla perquisizione di due appartamenti al Cairo trasformati in laboratori clandestini, ha portato al sequestro di oltre 750 chilogrammi tra droghe e materie prime, oltre ad armi e munizioni non autorizzate. Le prove a carico della conduttrice includono testimonianze di 20 persone, materiale digitale estratto dal suo telefono — tra cui conversazioni WhatsApp con video di sostanze simili a quelle sequestrate — e una perizia grafologica che avrebbe attribuito a Khalifa alcune annotazioni in un quaderno con nomi, cifre e importi legati, secondo l’accusa, alle spese dell’operazione.

“Non ho mai fumato una sigaretta in vita mia”

Durante il processo, Khalifa ha respinto con fermezza ogni addebito. In una delle udienze più riprese e diffuse sui social network, è scoppiata in lacrime davanti ai giudici, dichiarando di non aver mai visto le sostanze stupefacenti prima di essere fotografata insieme ad esse negli uffici dell’autorità antidroga: “Non ho mai fumato una sigaretta in vita mia”, avrebbe detto secondo le testimonianze raccolte dai media egiziani, aggiungendo: “I miei genitori mi hanno cresciuta bene, sono persone che pregano, e io non ho bisogno dei soldi della droga”. Prima della sentenza capitale, il fascicolo di Khalifa e di altri dodici imputati era stato trasmesso al Gran Mufti d’Egitto, passaggio procedurale obbligatorio — seppur con parere solo consultivo — prima che un tribunale possa pronunciare la pena di morte.

Una seconda condanna per un altro reato

Lo stesso giorno della sentenza sul traffico di stupefacenti, un tribunale del Cairo ha condannato Khalifa anche nell’ambito di un procedimento separato per sequestro e aggressione: le indagini avevano infatti rinvenuto sul suo telefono un video in cui un giovane, identificato come il suo autista, viene spogliato, picchiato e filmato nudo all’interno della sua abitazione. Le fonti divergono sull’entità della pena in questo secondo caso — tra i tre e i cinque anni di reclusione a seconda delle testate — mentre altri due coimputati avrebbero ricevuto sette anni ciascuno e un quarto cinque anni.

Da presentatrice di successo a caso mediatico globale

Prima dell’arresto, Sarah Khalifa si era costruita un’immagine di donna di successo tra televisione, imprenditoria e socialità: oltre a “Mission Impossible“, condotto sul canale Al-Mehwar dal 2015 in collaborazione con il Ministero dell’Interno, aveva lavorato per altre emittenti egiziane, saudite e irachene, gestiva una clinica di chirurgia estetica e una società di organizzazione eventi, ed era stata brevemente sposata nel 2016 con il calciatore Mahmoud Abdel Moneim, noto come “Kahraba“, per circa sei mesi. Nel 2024 era tornata alla ribalta con un programma di intrattenimento online insieme al cantante mahraganat Hamo Beka. Sui social aveva costruito un seguito importante, oltre 2,5 milioni di follower solo su Instagram.

La presa di distanza

Non tutte le fonti concordano sulla reale portata della sua carriera televisiva. Il quotidiano statale Ahram Online ha pubblicamente contestato la narrazione di Khalifa come “grande star della televisione egiziana”, sostenendo che il suo percorso professionale sia stato marginale, e riferendo che il Sindacato dei Media egiziano non l’avrebbe mai registrata tra i suoi membri. Secondo questa ricostruzione, Khalifa sarebbe diventata una vera celebrità mediatica proprio a seguito dell’arresto, più che grazie alla sua attività televisiva pregressa.

La reazione dei follower e dell’opinione pubblica egiziana

Dopo la diffusione della sentenza, i profili social di Khalifa sono stati sommersi da migliaia di commenti di sostegno, molti dei quali chiedono esplicitamente la grazia. Il caso ha diviso l’opinione pubblica egiziana: secondo quanto riportato dal quotidiano The National, la maggioranza dei commenti circolati online giudicherebbe la condanna “troppo severa”, e diversi utenti e osservatori hanno chiesto maggiore trasparenza sulle prove raccolte contro la conduttrice, sostenendo che molti dettagli del fascicolo non siano mai stati resi pubblici. Non si tratta, va precisato, di un’ondata di sostegno alla sua innocenza quanto piuttosto di un diffuso dibattito sulla proporzionalità della pena capitale per un reato di droga che non comporta l’uccisione intenzionale di qualcuno, posizione condivisa anche da organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International.

Al momento, non si conosce in quale struttura detentiva Khalifa sia reclusa in attesa dell’esito dell’appello.

A differenza di altri casi giudiziari che hanno coinvolto figure pubbliche nel mondo arabo, non risultano al momento prese di posizione pubbliche a favore di Khalifa da parte di celebrità egiziane o internazionali. Il suo ex marito, il calciatore Kahraba, non ha rilasciato dichiarazioni. Il sostegno visibile resta per ora circoscritto ai commenti dei follower sui social network e al dibattito sui media.

Un caso che riporta l’attenzione sulla pena di morte in Egitto

Al di là della vicenda personale di Khalifa, il caso ha riacceso i riflettori sull’uso della pena capitale in Egitto per reati legati alla droga. Secondo i dati di Amnesty International, nel 2025 i tribunali egiziani hanno emesso 492 condanne a morte (alcune stime arrivano fino a 541), delle quali 23 sono state effettivamente eseguite, contro le 13 dell’anno precedente. Le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere che la pena capitale sia riservata esclusivamente ai casi di omicidio intenzionale, criticando il suo utilizzo anche per il traffico di stupefacenti.

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